giovedì 30 aprile 2009

Il mese di Maria

Propongo la visione di questo video per augurare a tutti un buon mese di maggio in compagnia di Maria
video

Maria apostola della Parola

Preghiera

Maria insegnaci il raccoglimento, l'interiorità:

dacci la disposizione

ad ascoltare le buone ispirazioni

e la parola di Dio;

insegnaci la necessità della meditazione,

della vita interiore prsonale,

della preghiera

che Dio solo vede nel segreto.

Paolo VI

Il Sacramento dell'Amore

Cari amici lettori, Mons. Odo Fusipecci, vescovo emerito di Senigallia, che è mia guida spirituale, mi ha consegnato delle riflessioni sull’Eucarestia per aiutarmi a sentire sempre di più l’amore di Gesù e il desiderio di adorarlo.
Inizierà, da questo giovedì, una serie di pubblicazioni di queste riflessioni, con la speranza che esse siano di aiuto anche ad altre persone desiderose di incontrare il Signore.

"Il Signore guarda il cuore"

Con la "Eucarestia " noi dimoriamo nel cuore di Gesù e Lui, Gesù, dimora nel nostro cuore.

Primo appuntamento:
La sete di Dio e la nostra sete

San Gregorio di Nazianzo esclama: “Dio ha sete che si abbia sete di Lui”.
Mons. Gianfranco Ravasi commenta: “ senza Dio la vita è solitudine ed angoscia, è vuoto e deserto, in altre parole è morte. Un anonimo autore giudaico del I secolo a.C. rivestitosi del nome di Salomone dice: “venite voi tutti che avete sete, prendete la bisaccia che disseta; riposate presso la sorgente del Signore bella e pura, essa placa l’anima. Le acque sono più soavi del miele perché sgorgano dalle labbra del Signore. Beati coloro che hanno bevuto ed hanno placato la loro sete”.
Giovanni nel capitolo IV del suo vangelo narra: “ Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere" I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva". Gli disse la donna: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?". Rispose Gesù: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna".
Gesù parlava non di acqua ma della Sua stessa persona, come Egli disse dopo la moltiplicazione dei pani: “ Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia…In verità, in verità vi dico se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete la vita eterna.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo resusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.
E’ una dimora reciproca: “ Gesù tu sei il mio tu”.
Una dimora essenziale e radicale: “ io sono la vite voi i tralci”.
E’ una dimora concreta.
Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato e mi avete visitato (Matteo, 26).
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me ed io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. (Gv 6,48 e ss)

Sete del corpo di Gesù e della Sua parola.
Lo attesta San Luca nel capitolo 10: “ Mentre Gesù con i discepoli erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio, ed una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la Sua parola. Marta invece era presa dai molti servizi.
Pertanto, fattasi avanti, disse: “ Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?
Dille dunque che mi aiuti”.
Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.(Lc 10, 38)
Parte migliore è la Persona di Gesù.

Sant’Ambrogio:
“Cristo è tutto per noi;
se vuoi curare una ferita, egli è medico;
se sei riarso dalla febbre, è fontana;
se sei oppresso dalle iniquità, è giustizia;
se hai bisogno di aiuto, è forza;
se temi la morte, è vita;
se desideri il cielo, è via;
se fuggi le tenebre, è luce;
se cerchi cibo, è alimento”.

Sant’Agostino:
“ Il fiume delle cose temporali ti trascina, ma nella sponda di questo fiume è nato un albero.
Ti senti rapire verso il precipizio?
Tieniti forte a Cristo. Per te Egli si è fatto temporale, a tenerlo tu diventi eterno”

E a Santa Maria Alacoque, in adorazione eucaristica, il 27 dicembre 1673 Gesù disse:
“ Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini e in cambio non riceve che ingratitudine.
Il mio cuore è così appassionato di amore per gli uomini che non potendo rinchiudere in sé le fiamme ardenti del suo amore bisogna che le spanda!”


La martire Edith Stein testimonia:
“ E il verbo si fece carne”. Ciò si è avverato nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in un’altra forma. “ Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Il Signore, il quale sa che siamo e rimaniamo uomini che hanno quotidianamente da combattere con debolezze, viene in aiuto alla nostra umanità in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira ad essere continuamente alimentata. “ Esso è il pane vivo disceso dal cielo”. Chi ha veramente di esso il proprio pane quotidiano, in lui si verifica quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è senza dubbio la via più sicura per ottenere in maniera permanente l’unione con Dio, per penetrare ogni giorno più saldamente e sempre più a fondo nel corpo mistico di Cristo. So bene che ciò apparirà a molti come una richiesta troppo radicale perché per la maggior parte di quanti ricominciano ad agire così significa in pratica un cambiamento di tutta la vita esteriore ed interiore. Ma appunto così deve avvenire! Nella nostra vita dobbiamo fare spazio al Salvatore Eucaristico, affinché Egli possa trasformare la nostra vita nella Sua. Questo significa pretendere troppo? Abbiamo tempo per così tante cose inutili, per leggere tante futili sciocchezze, in libri, riviste, giornali, per starcene seduti oziosi al bar e per chiacchierare quarti d’ora e mezz’ore per la strada: tutte “distrazioni” in cui sprechiamo a raffica tempo ed energia. Non dovrebbe essere realmente possibile ritagliarsi un’ora del mattino, in cui non ci distraiamo, ma ci raccogliamo, in cui non sprechiamo, ma guadagniamo energia per lottare poi con il Suo aiuto tutto il giorno”. (Edith Stein, Il mistero della vita interiore, p.134, 135).

E il servo di Dio Enrico Medi:
“Scienza e fede nel progetto culturale”
Sacerdoti, io non sono un prete, e non sono stato mai degno di poterlo diventare.
Come fate a vivere dopo aver celebrato la Messa?
Ogni giorno avete il Figlio di Dio nelle vostre mani.
Ogni giorno avete una Persona che Michele Arcangelo non ha.
Con la vostra bocca voi trasformate la sostanza del pane in quella del corpo di Cristo; voi obbligate il Figlio di Dio a scendere sull’altare.
Siate grandi.
Siate creature immense.
Le più potenti che possano esistere.
Sacerdoti, ve ne scongiuriamo, siate santi!
Se siete santi voi, noi siamo salvi.
Se non siete santi voi, noi siamo perduti.
Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’altare.
A costruire opere, fabbricati, giornali siamo capaci noi.
State accanto all’altare: andate a tenere compagnia al Signore.
Preghiera e tabernacolo.
Tabernacolo e preghiera.
Abbiamo bisogno di quello.
Nostro Signore è solo, è abbandonato.
Le chiese si riempiono soltanto per la Messa.
Cosa stupenda.
Ma Gesù ci sta ventiquattrore su ventiquattro e chiama le anime, chiama te sacerdote, chiama noi.
“ Tienimi compagnia, dimmi una parola, dammi un sorriso, ricordati che ti amo”.

mercoledì 29 aprile 2009

Appello a Maria Ausiliatrice


Preghiamo per Francesca, una bambina di sette anni, malata terminale di leucemia.

Preghiamo anche per i suoi genitori.


"Oh madre Santa,
sorreggi in quest'ora di dolore Francesca e la sua famiglia;
tu che hai vegliato Gesù quand'era piccolo,
che pendesti dalle sue labbra mentre cresceva,
che sei stata ai piedi della Sua croce!
Sta vicino ora, Madre santa, a chi è nella sofferenza,
e dona loro un pò della tua fede,
perché Gesù divenga, come lo fu per te,
l'unico oggetto del loro amore!"
(Preghiera ispirata da John Henry Newman)

martedì 28 aprile 2009

Santa Caterina da Siena

Auguri a tutte le "Caterine"


Santa Caterina, patrona d'Italia e d'Europa

Santa Caterina da Siena è Patrona d'Italia insieme a San Francesco d'Assisi (nominata da papa Pio XII nel 1939) e Patrona d'Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e Santa Teresa Benedetta della Croce (nominata da papa Giovanni Paolo II nel 1999). Inoltre è stata la prima donna, assieme a Santa Teresa d'Avila, ad aver avuto il titolo di Dottore della Chiesa Universale (nominata da papa Paolo IV nel 1970), che la Chiesa ha finora attribuito a soli 33 personaggi, riconosciuti come eminenti per quanto riguarda la riflessione teologica. Ma già nel 1461 Santa Caterina da Siena fu canonizzata da Papa Pio II e nel 1866 fu dichiarata compatrona di Roma da Papa Pio IX. Inoltre, dal 1947, è Patrona delle infermiere della Croce Rossa. E' anche patrona delle contrade dell'Oca (nel cui territorio si trova la sua Casa) e del Drago (nel cui territorio si trova il Santuario di San Domenico, che frequentò assiduamente). Una tale quantità di riconoscimenti si spiega con il carattere eccezionale e la vita frenetica di Santa Caterina da Siena. Già durante la sua breve vita Caterina attraeva e stupiva i suoi contemporanei, che rapidamente divulgarono in tutta Europa la sua immagine ed i suoi insegnamenti. Nonostante che fosse del tutto priva di istruzione (imparò a leggere da sola, e più tardi a scrivere, rimanendo però semianalfabeta), e non certo favorita dal suo stato femminile (visse in un'epoca dove le donne non erano per nulla considerate), Caterina fu chiamata maestra da un numero considerevole di discepoli fra cui illustri professori universitari, fu ricevuta ed ascoltata da papi, cardinali e re di tutta Europa, e fu capace di esercitare un'azione incisiva fino alle più alte autorità politiche e religiose. E' un fatto di per sé miracoloso che una donna di umili origini potesse intrattenere nel XIV secolo una corrispondenza politica con i potenti del tempo, ai quali si rivolgeva con tono di fermo comando, pur senza perdere la sua abituale umiltà. La venerazione alla Santa è oggi diffusa a livello internazionale: fra i diversi movimenti esistenti, ricordiamo l'Associazione Internazionale dei Caterinati ed il Centro Nazionale di Studi Cateriniani. Dal 2000 viene celebrata in onore di Santa Caterina da Siena una Festa Internazionale, durante la quale una solenne processione porta in Duomo la reliquia della Sacra Testa.
La vita di Santa Caterina
Nacque il 25 marzo 1347, ventiquattresima figlia di Lapa Piagenti e Jacopo Benincasa, un modesto tintore di pelli. Fin da piccola frequentò la basilica di San Domenico, situata su una rupe sovrastante la casa dove abitava. A sei anni ebbe la sua prima visione: vide il Signore in abiti pontificali seduto su un bellissimo trono sospeso in aria sopra il convento di San Domenico; così fece voto di dedicare la sua vita a Dio. A dodici anni aveva già una bellezza straordinaria e rifiutò con fermezza il matrimonio che i genitori, ignari del suo voto, avevano cercato di combinare: per dimostrare quanto fosse risoluta, si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo come una monaca e sopportò le punizioni dei genitori, costruendo nella propria mente una cella dalla quale non poteva uscire (in seguito sarà questo il consiglio che darà ai suoi discepoli per aiutarli a trovare il raccoglimento spirituale). Un giorno il padre vide una colomba posata sulla sua testa mentre pregava e allora si arrese, permettendo a Caterina di "vivere di suo senno, non chiedendo nulla di veruna spesa che non fosse pane e acqua". Caterina Benincasa, ottenuta di nuovo la sua cameretta, usò nel suo letto un cuscino di pietra, che si può ancora vedere nella sua casa santuario. A sedici anni, nel 1363, Caterina prese il velo del Terzo Ordine Domenicano delle Mantellate, così chiamate per il lungo mantello nero che copriva l'abito bianco: era un gruppo di laiche, per la maggior parte vedove di una certa età e di buona famiglia, tanto che non era una cosa normale accogliere delle giovinette. Dopo essere stata tre anni nella solitudine della sua stanzetta, Caterina sentì che la sua missione doveva essere nel mondo: per questo non fece la scelta di diventare suora, cosa che avrebbe significato chiudersi in clausura. Da questo momento dedicò la sua vita al raggiungimento della pace e della salvezza degli uomini ed all'assistenza ai bisognosi ed ai malati. Si circondò di una "famiglia spirituale" formata uomini e donne di ogni età e ceto sociale, che la chiamavano 'mamma', desiderosi fare del bene al prossimo, in seguito chiamati Caterinati. Cominciò a inviare lettere di conforto, di consigli e di esortazioni a quanti imploravano un suo intervento. Le sue lettere a re, condottieri e letterati suscitarono una grande commozione, e in pochi anni Caterina riuscì ad esercitare il suo benefico influsso, contribuendo a risolvere controversie politiche. L'esordio in questo ruolo avvenne nella sua Siena, che come molte città del XIV secolo viveva una situazione sociale difficile per via delle lotte fra fazioni rivali, facenti spesso capo a potenti famiglie che si contendevano il predominio sulla città. Ben presto la sua fama di "donna di pace" si estese: si recò ad Avignone e riuscì a convincere il pontefice Gregorio XI a riportare dopo 70 anni la sede papale a Roma; contribuì a risolvere le dispute tra Firenze e lo Stato della Chiesa; si recò a Pisa e Lucca per distoglere quelle repubbliche dalla lega antipapale; Si adoperò per sanare lo Scisma d'Occidente. Tuttavia non mancarono gli effetti negativi della sua condotta di vita: indebolita dall'incredibile mole di lavoro, dal fatto che dormiva due ore per notte e dai diguini a cui si sottopose, Caterina Benincasa morì a Roma il 29 aprile 1380, a soli 33 anni. Dal 5 agosto 1855 il suo corpo riposa nel sarcofago marmoreo sotto l'altare maggiore della basilica di Santa Maria sopra Minerva (Roma), ma sono moltissime le reliquie sparse nelle chiese di tutto il mondo: Roma, Gerusalemme, Venezia, Astenet (Belgio) e naturalmente Siena.

Infermiera volontaria e messaggera di pace
Sono queste in sintesi i due grandi operati di Santa Caterina da Siena. Da una parte infermiera volontaria tra i deboli, dall'altra messaggera di pace tra i potenti: parlò a papi e lebbrosi, a generali ed a cuoiai, a regine e a donne di casa. Caterina interpretò la carità cristiana in modo operativo e concreto, tanto che frequentò giornalmente l'ospedale senese portando assistenza e conforto ai ricoverati. Rappresenta dunque il modello di infermiera volontaria per eccellenza: piena di carità, pazienza, energia e forza di volontà. Durante l'epidemia di peste del 1374, si recava all'ospedale e nelle case insieme ai suoi discepoli alleviando le sofferenze dei malati con i pochi mezzi allora a disposizione. Questo suo ruolo di assistente ai malati ha fatto sì che oggi sia stata paragonata ad una grande figura della nostra epoca, Madre Teresa di Calcutta. Non solo: Giovanni Paolo II ha definito S.Caterina da Siena "messaggera di pace" e "la mistica della politica". Nelle lettere ai politici suoi contemporanei ricorda che il potere di governare la città è un "potere prestato" da Dio. La politica, per la Santa Senese, è la buona amministrazione della cosa pubblica finalizzata ad ottenere il bene comune e non l'interesse personale. Per far questo il buon amministratore deve ispirarsi direttamente a Gesù Cristo, che rappresenta l'esempio più alto di giustizia.
Paolo VI, nel 1970.
Non è nostra intenzione indugiare nel porre in rilievo come nella vita e nell'attività esterna di Caterina le beatitudini evangeliche abbiano avuto un modello di superlativa verità e bellezza. Tutti voi, del resto, ricordate quanto sia stata libera nello spirito da ogni terrena cupidigia; quanto abbia amato la verginità consacrata al celeste sposo, Cristo Gesù; quanto sia stata affamata di giustizia e colma di viscere di misericordia nel cercare di riportare la pace in seno alle famiglie e alle città, dilaniate da rivalità e da odi atroci; quanto si sia prodigata per riconciliare la repubblica di Firenze con il Sommo Pontefice Gregorio IX, fino ad esporre alla vendetta dei ribelli la propria vita.
[...] Caterina da Siena offre nei suoi scritti uno dei più fulgidi modelli di quei carismi di esortazione, di parola di sapienza e di parola di scienza, che san Paolo mostrò operanti in alcuni fedeli presso le primitive comunità cristiane. [...] Ed invero, quanti raggi di sovrumana sapienza, quanti urgenti richiami all'imitazione di Cristo in tutti i misteri della sua vita e della sua Passione, quanti efficaci ammaestramenti per la pratica delle virtù, proprie dei vari stati di vita, sono sparsi nelle opere della Santa! Le sue Lettere sono come altrettante scintille di un fuoco misterioso, acceso nel suo cuore ardente dall'Amore Infinito, ch'è lo Spirito Santo. [...] Caterina fu la mistica del Verbo Incarnato, e soprattutto di Cristo crocifisso; essa fu l'esaltatrice della virtù redentiva del Sangue adorabile del Figliolo di Dio, effuso sul legno della croce con larghezza di amore per la salvezza di tutte le umane generazioni. Questo Sangue del Salvatore, la Santa lo vede fluire continuamente nel Sacrificio della Messa e nei Sacramenti, grazie al ministero dei sacri ministri, a purificazione e abbellimento dell'intero Corpo mistico di Cristo. Caterina perciò potremmo dirla la "mistica del Corpo mistico" di Cristo, cioè della Chiesa.
D'altra parte la Chiesa è per lei autentica madre, a cui è doveroso sottomettersi, prestare riverenza ed assistenza. Quale non fu perciò l'ossequio e l'amore appassionato che la Santa nutrì per il Romano Pontefice! Ella contempla in lui "il dolce Cristo in terra", a cui si deve filiale affetto e obbedienza.
[...] Il messaggio di una fede purissima, di un amore ardente, di una dedizione umile e generosa alla Chiesa cattolica, quale Corpo mistico e Sposa del Redentore divino: questo è il messaggio tipico di santa Caterina.

Medici marchigiani in allarme

Cari amici, propongo la lettura di questo articolo che, purtoppo, riguarda la mia regione: le Marche
Il poeta Giosuè Carducci, a Recanati, in occasione del 1°centenario della nascita di Leopardi, decantando questa regione, pronunciava questi versi:
« ...così benedetta da Dio di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono... »

Sicuramente Dio continuerà a benedire questa regione , ma c'è qualcuno che forse ha dimenticato che cosa significa il rispetto della libertà altrui e dei propri valori morali.
(Sarà gradito un vostro commento).

Diktat nelle Marche: «È obbligatorio prescrivere la pillola del giorno dopo»


Alla pillola del giorno dopo non si può dire di no. Almeno nel­le Marche. È questo il senso della lettera-direttiva che il direttore generale della Azienda sanitaria unica regionale (Asur) ha inviato ai direttori delle zone territoriali e ai dirigenti me­dici di presidio della Regione Marche per stabilire «riferimenti normativi e criteri operativi » in merito alla rela­zione tra pillola del giorno dopo e o­biezione di coscienza. In pratica me­dici ospedalieri e territoriali (consul­tori, guardia medica, 118, ma anche medici di famiglia) sono interessati al­la disposizione che il direttore genera­le, Roberto Malucelli, ha inviato, con­cludendo che «il sanitario, considera­ta la situazione di obiettiva gravità ed urgenza in cui la richiedente versa, de­ve riscontrare positivamente la richie­sta, rilasciando la relativa prescrizio­ne ». Una posizione che solleva le per­plessità del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, che rileva almeno due ordini di problemi: uno etico e u­no deontologico. E anche i medici so­no in allarme, preoccupati di dovere prescrivere un farmaco prescindendo dalla propria scienza e coscienza. Ieri non è stato possibile parlare con il direttore generale Malucelli perché – ha riferito la sua segreteria – era im­pegnato in riunioni fuori sede; né era raggiungibile il responsabile dell’Uffi­cio relazioni con il pubblico dell’Asur. Resta quindi solo il testo della lettera. Il direttore generale ha scritto per ri­spondere a «richieste di chiarimento» ricevute. E comincia escludendo che nel caso della pillola del giorno dopo si possa far riferimento all’obiezione di coscienza prevista dalla legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Obiezione di coscienza, quindi, che «non afferisce ad altre pra­tiche » e «non trova applicazione con riferimento alla cosiddetta “pillola del giorno dopo” avuto riguardo all’ambi­to temporale entro il quale la pillola è destinata ad estrinsecare efficacia». In definitiva il medico non può «opporre un rifiuto motivato dalla circostanza di essere obiettore di coscienza». Ma neanche potrà essere invocata la cosiddetta « clausola di coscienza » , prevista dall’articolo 22 del Codice di deontologia medica, che recita: «Il me­dico al quale vengano richieste pre­stazioni che contrastino con la sua co­scienza o con il suo convincimento cli­nico, può rifiutare la propria opera, a meno che questo comportamento non sia di grave e immediato nocimento per la salute della persona assistita e deve fornire al cittadino ogni utile informazione e chiarimento». Secon­do il direttore generale dell’Asur Mar­che, « tale previsione di carattere ge­nerale comporta la necessità di un rac­cordo pure di ordine generale, di cui al­l’articolo 20» dello stesso Codice («Il medico deve improntare la propria at­tività professionale al rispetto dei diritti fondamentali della persona»). «Da ciò – scrive Malucelli – il necessario bilan­ciamento tra i diritti del paziente e gli autonomi convincimenti del medico relativamente a tutta una serie di in­terventi sanitari rispetto ai quali si re­gistrano diversi orientamenti etici». La conclusione è che il personale sanita­rio «considerata la situazione di obiet­tiva gravità ed urgenza in cui la richiedente versa, deve riscontrare positiva­mente la richiesta, rilasciando la rela­tiva prescrizione». E si aggiunge che il rifiuto della prescrizione, oltre che non coerente con il codice deontologico, «si configura come contra legem ed in­tegra un illecito rilevante sia sotto il profilo civile che penale», richiaman­do l’eventuale richiesta di risarcimen­to rivolta all’azienda sanitaria e il rea­to di interruzione di pubblico servizio e rifiuto di atti d’ufficio. Una lettura che non convince il sotto­segretario Eugenia Roccella: « Ci sono due aspetti da consi­derare. Il primo è tecnico: nel foglietto illustrativo del far­maco, la stessa a­zienda produttrice dichiara che la pillo­la può impedire l’im­pianto dell’ovulo fe­condato nell’utero. Il meccanismo d’azio­ne di questo prodot­to non è del tutto chiaro, ma resta il ri­schio di eliminare un embrione. Quindi il problema etico esi­ste: tant’è vero che su questo tema c’è una nota del Comitato nazionale per la bioetica». In secon­do luogo, c’è un pro­blema per la salute della donna: « Se quando il farmaco è stato introdotto in I­talia ( era ministro della Sanità Umberto Veronesi) – ag­giunge Eugenia Roccella – è stato sta­bilito che occorre una ricetta non ri­petibile, significa che ci sono motivi scientifici per cui non può essere clas­sificato tra i farmaci da banco. E credo che non si possa obbligare nessun me­dico a prescrivere un farmaco. Anzi il medico deve poter effettuare un’ade­guata valutazione clinica che com­prende le eventuali controindicazio­ni, prima di scrivere una ricetta». Va anche ricordato che in favore della possibilità di ricorrere alla clausola di coscienza si era espresso anche il Con­siglio nazionale della Fnomceo riuni­tosi nello scorso ottobre a Ferrara. I medici marchigiani sono in fermen­to: «Ci pare preoccupante – segnala un ginecologo di un consultorio pubblico – che non si tenga conto di testi della Fnomceo e del Comitato per la bioeti­ca e dello stesso Codice deontologico. Stiamo predisponendo una lettera per riaffermare la nostra volontà di non sottostare a questa disposizione che nega la nostra libertà professionale».
Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella
Enrico Negrotti

Il Papa in Abruzzo







Benedetto XVI sta visitando le zone colpite dal sisma. A Onna ha subito ribadito la sua vicinanza alle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto. Poi la visita alla basilica di Collemaggio, a L'Aquila, cui ha donato il suo pallio. E la sosta davanti alla Casa dello Studente, dove alcuni giovani gli hanno consegnato una lettera personale. La folla: «Ci ha riportato la speranza». Il Pontefice ora si trova a Coppito, dove incontrerà le autorità civili, le rappresentanze dei soccorritori e pronuncerà un discorso.La diretta su Sat2000

Discorso alla tendopoli di Onna (28 aprile 2009)

«Vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno»

Cari amici! Sono venuto di persona in questa vostra terra splendida e ferita, che sta vivendo giorni di grande dolore e precarietà, per esprimervi nel modo più diretto la mia cordiale vicinanza. Vi sono stato accanto fin dal primo momento, fin da quando ho appreso la notizia di quella violenta scossa di terremoto che, nella notte del 6 aprile scorso, ha provocato quasi 300 vittime, numerosi feriti e ingenti danni materiali alle vostre case. Ho seguito con apprensione le notizie condividendo il vostro sgomento e le vostre lacrime per i defunti, insieme con le vostre trepidanti preoccupazioni per quanto in un attimo avete perso. Ora sono qui, tra voi: vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno. La Chiesa tutta è qui con me, accanto alle vostre sofferenze, partecipe del vostro dolore per la perdita di familiari ed amici, desiderosa di aiutarvi nel ricostruire case, chiese, aziende crollate o gravemente danneggiate dal sisma. Ho ammirato il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità. Non è infatti il primo terremoto che la vostra regione conosce, ed ora, come in passato, non vi siete arresi; non vi siete persi d’animo. C’è in voi una forza d’animo che suscita speranza. Molto significativo, al riguardo, è un detto caro ai vostri anziani: "Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso".Venendo qui, ad Onna, uno dei centri che ha pagato un alto prezzo in termini di vite umane, ho sorvolato in elicottero questa valle e mi sono reso ancor più conto dell’entità dei danni causati dal terremoto. Se fosse stato possibile, avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti. Mi rendo ben conto che, nonostante l’impegno di solidarietà manifestato da ogni parte, sono tanti e quotidiani i disagi che comporta vivere fuori casa, o nelle automobili, o nelle tende, ancor più a causa del freddo e della pioggia. Penso poi ai tanti giovani costretti bruscamente a misurarsi con una dura realtà, ai ragazzi che hanno dovuto interrompere la scuola con le sue relazioni, agli anziani privati delle loro abitudini.Si potrebbe dire, cari amici, che vi trovate, in un certo modo, nello stato d’animo dei due discepoli di Emmaus, di cui parla l’evangelista Luca. Dopo l’evento tragico della croce, rientravano a casa delusi e amareggiati, per la "fine" di Gesù; ma, lungo la strada, Egli si accostò e si mise a conversare con loro. Anche se non lo riconobbero con gli occhi, qualcosa si risvegliò nei loro cuori: le parole di quello "Sconosciuto" riaccesero in loro quell’ardore e quella fiducia che l’esperienza del Calvario aveva spento. Ecco, cari amici: la mia presenza tra voi vuole essere un segno tangibile del fatto che il Signore crocifisso è risorto e non vi abbandona; non lascia inascoltate le vostre domande circa il futuro, non è sordo al grido preoccupato di tante famiglie che hanno perso tutto: case, risparmi, lavoro e a volte anche vite umane. Certo, la sua risposta concreta passa attraverso la nostra solidarietà, che non può limitarsi all’emergenza iniziale, ma deve diventare un progetto stabile e concreto nel tempo. Incoraggio tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano. Il Papa è qui, oggi, tra di voi per dirvi anche una parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza. Attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare ad ornarsi di case e di chiese, belle e solide. È proprio in nome di questi fratelli e sorelle che ci si deve impegnare nuovamente a vivere facendo ricorso a ciò che non muore e che il terremoto non ha distrutto: l’amore. L’amore rimane anche al di là del guado di questa nostra precaria esistenza terrena, perché l’Amore vero è Dio. Chi ama vince, in Dio, la morte e sa di non perdere coloro che ha amato.Vorrei concludere queste mie parole rivolgendo al Signore una particolare preghiera per le vittime del terremoto. Affidiamo questi nostri cari a Te, Signore, sapendo che ai tuoi fedeli Tu non togli la vita ma la trasformi, e nel momento stesso in cui viene distrutta la dimora di questo nostro esilio sulla terra, Ti preoccupi di prepararne una eterna ed immortale in Paradiso. Padre Santo, Signore del cielo e della terra, ascolta il grido di dolore e di speranza, che si leva da questa comunità duramente provata dal terremoto! E’ il grido silenzioso del sangue di madri, di padri, di giovani e anche di piccoli innocenti che sale da questa terra. Sono stati strappati all’affetto dei loro cari, accoglili tutti nella tua pace, Signore, che sei il Dio-con-noi, l’Amore capace di donare la vita senza fine. Abbiamo bisogno di Te e della Tua forza, perché ci sentiamo piccoli e fragili di fronte alla morte; Ti preghiamo, aiutaci, perché soltanto il Tuo sostegno può farci rialzare e indurci a riprendere insieme, tenendoci fiduciosi l’un l’altro per mano, il cammino della vita. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Salvatore, in cui rifulge la speranza della beata risurrezione. Amen!
Dal quotidiano l'Avvenire

lunedì 27 aprile 2009

Sulla via di Damasco

Primo appuntamento con SAN PAOLO


Pubblichiamo le riflessioni di don Piero Tantucci (docente di Sacra Scrittura alla scuola di formazione teologica della diocesi di Macerata) sulla Conversione di san Paolo


ATTI 9,1-19 IL VIAGGIO DELLA VITA
[1] Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote [2] e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. [3] E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo [4] e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". [5] Rispose: "Chi sei, o Signore?". E la voce: "Io sono Gesù, che tu perseguiti! [6] Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare". [7] Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. [8] Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, [9] dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. [10] Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: "Anania!". Rispose: "Eccomi, Signore!". [11] E il Signore a lui: "Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, [12] e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista". [13] Rispose Anania: "Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. [14] Inoltre ha l'autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome". [15] Ma il Signore disse: "Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; [16] e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome". [17] Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: "Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo". [18] E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, [19] poi prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco.

Commento
Il viaggio che va da Gerusalemme a Damasco non è semplicemente una passeggiata che Paolo fa ma è la metafora della nostra esistenza. Il viaggio: questo tema lo troviamo sia nell’A.T. che nel N.T. La nostra vita è vista come una strada, un cammino, un viaggio che va dal nascere al morire. Damasco per certi versi rappresenta una meta, ma per altri versi rappresenta una realtà nuova. Paolo mentre era in viaggio, stava vivendo, la sua vita era tranquilla, nella religione ebraica, nella spiritualità ebraica, nella lettura della Sacra Scrittura e anche questa voglia di essere un credente fino in fondo: si dedica anima e corpo alla Parola di Dio, a Dio stesso. Va a Damasco per prendere alcuni cristiani perché ritiene che quello che questi cristiani stanno proponendo è qualcosa di non buono e quindi va chiarito. All’improvviso una luce dal cielo lo avvolse. Nel viaggio dell’esistenza può capitare una situazione che non hai mai pensato, una situazione che non avevi programmato (una malattia, un figlio che prende una strada impossibile, una sofferenza….) per dire che se è vero che da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutta la terra, è anche vero che come all’inizio Dio disse: sia la luce e luce fu, questo può avvenire anche nella nostra vita, nella nostra esistenza.
Di fronte a questa luce, come risponde l’uomo? Paolo ha un carattere molto forte: cade a terra, cioè si inginocchia, si prostra. Ogni volta che compare la luce di Dio nella Bibbia si dice che l’uomo cade a terra. Lo dice il profeta Daniele, lo dice Giovanni nell’Apocalisse. Di fronte alla luce di Dio non ci può essere che un mettersi in ascolto, un cadere di fronte a una realtà che ci sovrasta. Anche noi possiamo incontrare una luce, ma è probabile che la vita scorra via normale. Dovremmo sempre invocare questo incontro improvviso con una luce che ci aiuta a vedere la strada, a leggere un avvenimento, a leggere quello che sta accadendo. Ma è sufficiente il cadere a terra, l’arrendersi di fronte a una luce nuova, c’è bisogno di una voce. Con questo termine VOCE, la Scrittura indica in genere il TUONO che rappresenta la Voce stessa di Dio. Così infatti gli ebrei sentirono sul monte Sinai la voce. Anzi si dice VIDERO LA VOCE, talmente era intensa e profonda da essere percepita anche con gli occhi. Così Paolo, vede e sente una voce. Una voce che lo chiama per nome. Perché Dio non ci chiama genericamente, ci chiama con la nostra personalità, con la nostra identità, con il nostro io più profondo che spesso neanche noi conosciamo.
Come si presenta alla domanda che Paolo fa?
IO SONO…Io sono richiama il nome Santo di Dio; Io sono Colui che sono; Io sono Colui che è da sempre. Paolo capisce che è Dio stesso, nella figura di Gesù che si presentava a lui. Questa voce non lo rimprovera, se non per dire che stava facendo del male a Lui, quando faceva del male ai suoi discepoli. Nella nostra vita l’incontro con Dio non è mai un incontro pauroso, è un incontro che ci mostra qualcosa di nuovo, che forse non avevamo visto. La luce gli dice di alzarsi, di andare in città, dove gli sarà detto che cosa deve fare. Noi a volte fuorviati, urtati riguardo alla morale e all’etica non riusciamo a percepire quello che l’incontro ci propone: la Chiesa. Infatti questa voce aiuta e suggerisce l’ incontro con la comunità, con una persona: Ananìa. Saulo quando si alza apre gli occhi ma non vede nulla. Lui che aveva chiaro in mente tutta la sacra Scrittura (era stato alla scuola di Gamaliele), lui che leggeva e spiegava la Sacra Scrittura adesso non vede più nulla. Non vede più nulla perché ha bisogno di rimettere in sesto tutte le sue idee, tutta la sua fede. Per tre giorni circa rimase cieco (indica un tempo breve) e non prese nè cibo né bevanda. Il digiuno vuol dire liberarsi di tutto quello di cui si era riempito, c’era bisogno di risistemare. Noi stessi siamo talmente pieni di tutto che facciamo fatica alcune volte a cogliere e percepire nell’esistenza quotidiana qualche cosa di importante. Così la presenza di una piccola comunità, impaurita, rappresentata da Ananìa riesce comunque ad aiutare Paolo a riacquistare la vista, gli impone le mani (per indicare che gli comunica lo Spirito di Dio) e Gesù mediante lo Spirito Santo e attraverso questo segno povero di un uomo, di un catechista lo aiuta a ritrovare la vista. Negli Atti degli apostoli Paolo racconterà per ben tre volte questo incontro, perché ha segnato la sua vita.
Che cosa Paolo avrà visto in quella strada? Che cosa quella luce gli ha mostrato?
Leggendo le sue lettere possiamo capire che cosa ha visto.

Il Cristianesimo!

Pubblichiamo una riflessione tratta da "Gli editoriali".

Cristianesimo, la religione dei sensi di colpa? Tutto quello che ci hanno insegnato...


Forse l’abbiamo imparato male noi: abbiamo sbagliato, abbiamo equivocato, abbiamo commesso l’errore di dar peso a quanto non lo meritava e di trascurare ciò che invece era importante. L’essenza stessa del messaggio. O forse no, la responsabilità non è nostra: ce lo hanno davvero insegnato così, in parrocchia, al catechismo, agli incontri di preghiera, magari anche a scuola o in famiglia. Forse questo cristianesimo ce lo hanno davvero presentato in modo scadente, come peggio non si poteva, assorbendo i luoghi comuni più insensati e facendoli diventare centrali, cruciali, essenziali. Il cattolicesimo: la religione dei sensi di colpa.
Una fede che ti opprime, che ti schiaccia, che non ti fa respirare. Che controlla l’anima e il corpo, che ne impedisce ogni libero movimento, che ne indirizza ogni minimo passo. Che in ogni aspetto della tua vita interviene per mostrarti con superbia l’errore, la mancanza, la tua inadeguatezza. Un cristianesimo che chiede e impone, che ti detta regole di comportamento e modalità di pensiero: che ti dice cosa devi fare e cosa devi pensare. Che soprattutto ti dice cosa non devi fare e cosa non devi pensare. Mai. Te lo dice, te lo dice forte: ti fa proprio l’elenco, e non si preoccupa minimamente di spiegartene il senso. Così è, “per il tuo bene”, ovviamente. E tu non sai che fartene, di questo “bene”. Con esso, a causa di esso, hai perso perfino il senso di ciò che desideri. Hai una palla di piombo al piede – o nel cuore – che ti impedisce non solo di volare, non solo di saltare, ma anche semplicemente di camminare, di muoverti. Ancorato al passato, a ciò che è stato e non doveva essere, hai perennemente di fronte l’errore, lo sbaglio, il peccato: il presente che ne risulta è anemico, incapace di osare, di sperare, di tentare, di realizzare, di vivere. Tanto è sviluppato e insito in questo cattolicesimo il senso di colpa, che sinistramente hai imparato a conviverci, quasi fosse necessario, quasi facesse parte del “pacchetto completo”, e non potesse essere rifiutato. Se vuoi credere in Dio (e tu non solo credi, ma sai e senti che nella tua vita lui c’è) questo è ciò che devi fare e questo è ciò che non devi fare: il libretto di istruzioni del cattolicesimo. La religione dei “no”. Quante sciocchezze ci hanno raccontato, che oggi ci costringono a lotte imprevedibili e impreviste, anzitutto contro noi stessi. Il divieto invece della proposta, il giudizio invece dell’invito, la durezza del cuore invece della bontà, l’intransigenza invece del sorriso. Il negativo invece del positivo. In qualche modo, ci hanno taciuto di quel Dio che non fa il giustiziere ma solo il padre, l’amico, il fratello. Quel Dio con il quale il rapporto personale si nutre e vive ogni giorno di grandi e genuini “si”, e non di dovuti e doverosi “no”. Il cattolicesimo: la religione dei “si”. Nulla accade nel cristianesimo, quello vero, senza un “si”. Non ci sarebbe neppure stato, il cristianesimo, quello autentico, senza il “si” umile e fiducioso di Maria all’annuncio dell’angelo. E altra cosa sarebbe stato senza il sorprendente “si” di Pietro che contro l’evidenza dei fatti, sulla sola parola di Gesù, prende il largo e “getta le reti”. Il cristianesimo è fatto di tanti “si”, che segnano le pagine del Vangelo e le pagine della vita quotidiana di ogni cristiano. Il “si” di Matteo che lascia tutto e segue Gesù, il “si” di Tommaso che infine crede al Risorto, il “si” di Zaccheo che accoglie in casa il Maestro, il “si” di Marta che alla morte di Lazzaro crede sinceramente in quel Gesù che le dice: “Io sono la resurrezione e la vita”. E, oggi, il “si” giornaliero a Dio e al prossimo del missionario che vive nella povertà o del parroco che aiuta la sua gente, il “si” costante e reciproco degli sposi che crescono i figli o degli innamorati che fra mille difficoltà costruiscono un futuro. E’ il “si” (la disponibilità, la fiducia, l’affidamento, la speranza) a caratterizzare il cristianesimo. Insieme alla gioia, la gioia sapiente di chi vive la vita dando al passato – e a tutto ciò che esso ha significato – il giusto peso. Non un grammo di più. Una religione, un cristianesimo, finalmente lontano dalle polemiche: quello che ci piace vivere.
Scritto da Redazione

Dio viene quando meno te l'aspetti

Uno spunto di riflessione per tutti.

Ci sono quelli che ancora pensano che il percorso di fede sia un “tutto e subito”, una sorta di pacchetto tutto compreso, da prendere o da lasciare, senza alcuno spazio ai dubbi, alle incertezze, alle difficoltà. La fede come un monolite che non cambia, che non matura, che non attraversa momenti di pausa, di salita e di discesa. Un insieme di insegnamenti e di comandamenti (o peggio, per qualcuno, di comandi, la gran parte dei quali incomprensibili o del tutto autoritari) che ti tolgono spazio, ti sottraggono libertà, ti schiacciano in una serie di divieti, obblighi, prescrizioni.
Ma se la vita, in realtà, è per tutti una presa di coscienza, una progressiva autoconsapevolezza di noi stessi, non sono certamente i cristiani a fare da eccezione: lungi dall’avere “la pappa pronta”, essi non sfuggono alla logica del “passo dopo passo”. La vita è un percorso di progressiva comprensione del mistero di Dio, a partire dall’evento del Natale. Una festa che rivela un Dio che non ti saresti potuto immaginare, che non avresti saputo inventare: anzitutto non un volto potente e immenso, ma piccolo, povero, inerme. Ti chiedi: ma che Dio è quello che si fa vivo così, non in modo trionfale e deciso, ma in modo così umile e semplice, riconosciuto solo da gente di poco conto, da una giovane coppia e dai pastori di una delle terre della periferia dell’Impero romano? E’ il Dio dei cristiani, appunto: il Dio che spiazza, che spezza in continuazione le false visioni che ancora adesso ci rimangono addosso e che si mostra nella povertà sconcertante e disarmante di un bambino. Di un bambino, peraltro, nato con una missione precisa: quella che lo porterà sulla croce. Un Dio che muore, apparentemente sconfitto e umiliato. E’ questa la logica del cristiano, la logica di ciascun essere umano che voglia provare ad abbracciare questa fede nel Dio che si annienta facendosi uomo e facendosi disprezzare dall’uomo, per poi risorgere e trionfare in modo definitivo sulla morte, cambiando davvero quelle “sorti dell’umanità” che di tanto in tanto noi tendiamo a pensare invece nelle mani del potente, del politico, del presidente, del leader di turno. E’ la logica di chi accoglie, nel vociare e nell’incedere di ogni giorno, la disarmante presenza di un Dio arrendevole, povero, umile, vulnerabile. Come ognuno fa esperienza di essere, almeno qualche volta nella vita, e come sono in questo mondo milioni di persone, in ogni parte del pianeta. Persone sconosciute e vittime dei soprusi che affollano il nostro tempo. Accettare, accogliere questa logica all’apparenza folle non è un “tutto e subito”. E’ un percorso costante e continuo, è un cammino, un passo dietro l’altro nella comprensione di quel grande mistero che è la fede. Non è un “pacchetto”, non è un “tutto compreso”: è una scoperta e – lo testimoniano in molti – una vera meraviglia. A tutto questo si può anche provare, una volta tanto, a dare credito.
DIO e' sempre stato tra noi, DIO e' presente in tutto cio' che facciamo, DIO grida da sempre cio' che bisogna fare, DIO parla chiaro, chiarissimo direi all'uomo, cio' che vediamo ogni giorno e' opera dell'uomo, non di DIO, la sua volonta' che noi costantemente ignoriamo, e' stata da sempre gridata da chi lui ha contattato, ma l'uomo immerso in una cecita' parziale non riesce a trovare la strada che porta nel vivere nella pace e' nella fratellanza con tutti e con tutto, quindi in questa incapacita' di autogestirci chiediamo in pregiera al nostro unico Creatore un aiuto, una riferimento che dia quella luce che illunini i cuori di quella umanita' che nella loro poverta' spirituale non riescono a vivere nella pace e' la fratellanza con i loro simili, oggi cio' e' vissuto in maniera inequivocabile nella terra santa, dove si vive nella distruzione e' nella morte, accecati non so' da' cosa, e' pieni di quell'odio distruttivo per se stessi e' per gli altri, questa condizione e' un'opera che distrugge gli altri e se' stessi, senza condizione, preghiamo perche' cio' abbia una fine, e' che ritorni a trionfare l'amore e la pace con tutti.
Baldassare

sabato 25 aprile 2009

Il Vangelo della domenica

III Domenica di Pasqua anno B
Un Dio che si fa vita quotidiana.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro [...]. «Non sono un fantasma».
Commento
Il lamento di Gesù giunge fino a me: chi sono io per te? Qualche idea vaga, la proiezione di un bisogno, un'emozione, un sogno troppo bello per essere vero? Per aiutare la mia fede pronuncia allora i verbi più semplici e più familiari: «Guardate, toccate, mangiamo insieme!». Si fa umile e concreto, ci chiede di arrenderci a un vangelo concreto, di mani, di pane, di bicchieri d'acqua, di briciole; a un Dio che ha deciso di farsi carne e ossa, carezza e sudore, un Dio capace di piangere. Il primo gesto del Signore è, sempre, una offerta di comunione: «toccatemi, guardate». Ma dove oggi toccare il Signore? Forse lo tocco quando Lui mi tocca: con il bruciore del cuore, con una gioia eccessiva, con una gioia umilissima, con le piaghe della terra, con il dolore o la carezza di una creatura. La gente è il corpo di Dio, lì lo posso toccare. «Avete qualcosa da mangiare?». Mangiare è il segno della vita; farlo insieme è il segno più eloquente di un legame rifatto, di una comunione ritrovata, il gesto quotidiano della vita che va e continua. Lui è l'amico che dà sapore al pane. E mi assicura che la mia salvezza non sta nei miei digiuni per lui, ma nel suo mangiare con me pane e sogni; la sua vicinanza è un contagio di vita. Lo conoscevano bene Gesù, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure ora non lo riconoscono. Perché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è trasformazione. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture». E il respiro stretto del cuore entra nel respiro largo del cielo, se ti fai mendicante affamato di senso, se leggi con passione e intelligenza la Parola. Perché finora abbiamo capito solo ciò che ci faceva comodo. Siamo stati capaci di conciliare il Vangelo con tutto: con la logica della guerra, con l'idolo dell'economia, con gli istinti. «Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono». Il perdono è la certezza che nulla e nessuno è definitivamente perduto, è il trionfo della vita, riaccensione del cuore spento, offerta mai revocata e irrevocabile di comunione. Cristo non è un fantasma, è vestito di umanità, è sangue vivo dei giorni, è il sangue della primavera del mondo. Ha braccia anche per me, per toccare e farsi toccare; capace, tornando, di rendere la mia speranza amore. (Letture: Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19; Salmo 4; 1 Giovanni 2,1-5a; Luca 24,35-48)
Ermes Ronchi

Una comunità in festa



Cari amici, in questo giorno, sento il bisogno di condividere con voi un grande momento di gioia per l'ordinazione sacerdotale del mio carissimo amico fra Luciano Genga, al quale rivolgo i miei più calorosi ed affettuosi auguri per il ministero che si accinge ad esercitare.

Carissimo fra’ Luciano,
il tuo sacerdozio è sicuramente frutto della "Grazia di Dio"e della tua risposta alla chiamata dello Spirito Santo.
Crediamo con orgoglio che il tuo"eccomi, sia fatta la Tua e non la mia volontà"sia nato in terra fertile e cresciuto con il prezioso contributo degli ambienti educativi che ti hanno formato come uomo e come cattolico.
La tua famiglia innanzitutto, la Parrocchia, le Comunità Francescane che hai frequentato e che ti hanno aiutato a crescere.
"La pianta si riconosce anche dai suoi frutti".
La tua vocazione sacerdotale è per tutti noi un dono prezioso del buon Dio.
Caro fra’ Luciano vai, fatti la tua strada e porta Cristo nel cuore della gente che incontrerai lungo il cammino.
Che la pace del Signore sia sempre con te.
Marina

Fra Luciano Genga sarà ordinato sacerdote dal vescovo di Macerata, mons. Claudio Giuliodori, oggi 25 aprile, alle ore 17 nel santuario del Santissimo Crocifisso di Treia. Padre Luciano celebrerà la Messa Novella domenica 26 aprile alle ore 11,30 nello stesso santuario. Fra Luciano, 43 anni, nato a Treia, dell’ordine dei Frati Minori francescani, ordinato diacono lo scorso 4 ottobre, è stato nel convento di Jesi per quattro anni, dopo essere stato vigile del fuoco per dieci anni fino alla chiamata del Signore. “A un certo punto – ricorda fra Luciano – il Signore mi ha fatto capire che dovevo fare qualcosa in più, ho sentito che mi chiedeva di più ed ecco che è arrivata la chiamata definitiva. Ora sto vivendo una felicità piena”.


venerdì 24 aprile 2009

La Chiesa e la Sacra Scrittura

Dal quotidiano l'Avvenire

ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

Il Papa: la Scrittura può essere compresa soltanto nella Chiesa
Ieri mattina Benedetto XVI ha ricevuto in u­dienza i membri della Pontificia Commis­sione Biblica. Di seguito il testo del discor­so pronunciato dal Papa. Signor cardinale, cari membri della Pontificia Commissione Biblica, sono lieto di accogliervi ancora una volta al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il signor cardinale Wil­liam Levada per il suo indirizzo di saluto e per la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel cor­so della vostra riunione. Vi siete nuova­mente radunati per approfondire un argo­mento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto il credente, ma la stessa Chiesa, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano necessariamente sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’e­sistenza cristiana. Il tema che avete af­frontato risponde, inoltre, a una preoccu­pazione che mi sta particolarmente a cuo­re, poiché l’interpretazione della Sacra Scrittura è di importanza capitale per la fe­de cristiana e per la vita della Chiesa. Come ella ha già ricordato, signor pre­sidente, nell’enciclica Providentissi­mus Deus papa Leone XIII offriva a­gli esegeti cattolici nuovi incoraggiamenti e nuove direttive in tema di ispirazione, ve­rità ed ermeneutica biblica. Più tardi Pio XII nella sua enciclica Divino afflante Spi­ritu raccoglieva e completava il preceden­te insegnamento, esortando gli esegeti cat­tolici a giungere a soluzioni in pieno ac­cordo con la dottrina della Chiesa, tenen­do debitamente conto dei positivi apporti delle scienze profane. Il vivo impulso dato da questi due Pontefici agli studi biblici ha trovato piena conferma nel Concilio Vati­cano II, cosicché tutta la Chiesa ne ha trat­to beneficio. In particolare, la Costituzione conciliare Dei Verbum illumina ancora og­gi l’opera degli esegeti cattolici e invita i pa­stori e i fedeli ad alimentarsi più assidua­mente alla mensa della Parola di Dio. Il Concilio ricorda, al riguardo, innanzitutto che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura: «Le cose divinamente rivelate che nei libri del­la Sacra Scrittura sono contenute e pre­sentate, furono consegnate sotto l’ispira­zione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le lo­ro parti, perché, scritti sotto ispirazione del­lo Spirito Santo, hanno Dio per autore e co- D me tali sono stati consegnati alla Chiesa» ( Dei Verbum, 11). Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asserisco­no è da ritenersi asserito dallo Spirito San­to, invisibile e trascendente Autore, si de­ve dichiarare, per conseguenza, che «i libri della Scrittura insegnano fermamente, fe­delmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse conse­gnata nelle sacre Lettere» ( ibid., 11). alla corretta impostazione del con­cetto di divina ispirazione e verità della Sacra Scrittura derivano alcu­ne norme che riguardano direttamente la sua interpretazione. La stessa Costituzione Dei Verbum, dopo aver affermato che Dio è l’autore della Bibbia, ci ricorda che nella Sacra Scrittura Dio parla all’uomo alla ma­niera umana. Per una retta interpretazio­ne della Scrittura bisogna dunque ricerca­re con attenzione che cosa gli agiografi han­no veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare con le loro pa­role. «Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al lin­guaggio degli uomini, come già il Verbo del­l’eterno Padre, avendo assunto le debolez­ze dell’umana natura, si fece simile agli uo­mini » ( Dei Verbum, 13). Queste indicazio­ni, offerte per una corretta interpretazione di carattere storico-letterario, richiedono un indispensabile collegamento con le pre­messe della dottrina sull’ispirazione e ve­rità della Sacra Scrittura. Infatti, essendo la Sacra Scrittura ispirata, c’è un sommo prin­cipio di retta interpretazione senza il qua­le gli scritti sacri resterebbero lettera mor­ta: la Sacra Scrittura deve «essere letta e in­terpretata con l’aiuto dello stes­so Spirito mediante il quale è sta­ta scritta» ( Dei Verbum, 12). A l riguardo, il Concilio Va­ticano II indica tre criteri sempre validi per una in­terpretazione della Sacra Scrittu­ra conforme allo Spirito che l’ha ispirata. Anzitutto occorre pre­stare grande attenzione al conte­nuto e all’unità di tutta la Scrit­tura. Infatti, per quanto siano dif­ferenti i libri che la compongo­no, la Sacra Scrittura è una in forza dell’u­nità del disegno di Dio, del quale Cristo Ge­sù è il centro e il cuore (cfr Lc 24,25-27; Lc 24,44-46). In secondo luogo occorre legge­re la Scrittura nel contesto della Tradizio­ne vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto dei Padri « Sacra Scriptura principa­lius est in corde Ecclesiae quam in mate­rialibus instrumentis scripta » ossia «la Sa­cra Scrittura è scritta nel cuore della Chie­sa prima che su strumenti materiali». Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la me­moria viva della Parola di Dio ed è lo Spiri­to Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr Orige­ne, Homiliae in Leviticum, 5,5). Come ter­zo criterio è necessario prestare attenzio­ne all’analogia della fede, ossia alla coe­sione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazio­ne e la pienezza della divina economia in esso racchiusa. I l compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra Scrittura è quello di contribuire secondo i suddet­ti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittu­ra. Lo studio scientifico dei testi sacri non è da solo sufficiente. Per rispettare la coe­renza della fede della Chiesa l’esegeta cat­tolico deve essere attento a percepire la Pa­rola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferi­mento la ricerca esegetica resta incomple­ta, perdendo di vista la sua finalità princi­pale, con il pericolo di diventare addirittu­ra una sorta di mero esercizio intellettua­le. L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scien­tifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla Tra­dizione vivente della Chiesa. Questa nor­ma è decisiva per precisare il corretto e re­ciproco rapporto tra l’esegesi e il Magiste­ro della Chiesa. L’esegeta cattolico non nu­tre l’illusione individualista che, al di fuori della comunità dei credenti, si possano comprendere meglio i testi biblici. È vero invece il contrario, poiché questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori « per soddisfare la loro curiosità o per fornire lo­ro degli argomenti di studio e di ricerca» ( Divino afflante Spiritu, EB 566). I testi i­spirati da Dio sono stati affidati alla comu­nità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l’efficacia dell’ermeneutica bi­blica. L’enciclica Providentissimus Deus ha ricordato questa verità fondamentale e ha osservato che, lungi dall’ostacolare la ri­cerca biblica, il rispetto di questo dato ne favorisce l’autentico progresso. Essere fedeli alla Chiesa significa, in­fatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti ca­nonici come parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con gran­de chiarezza: «Tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sotto­posto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino manda­to e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio» ( Dei Verbum, 12). Come ci ricorda la summenzionata Costituzione dogmatica esiste una inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché en­trambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura so­no strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dal­la stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscrit­to sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; in­vece la sacra Tradizione trasmette inte­gralmente la parola di Dio, affidata da Cri­sto Signore e dallo Spirito Santo agli apo­stoli, ai loro successori, affinché questi, il­luminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo mo­do la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose ri­velate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’al­tra devono esser accettate e venerate con pari sentimen­to di pietà e di riverenza » ( Dei Verbum, 9). Soltanto il contesto ecclesiale permette alla Sacra Scrittura di essere compresa come autentica Parola di Dio che si fa guida, norma e regola per la vita della Chiesa e la crescita spirituale dei cre­denti. Ciò comporta il rifiuto di ogni in­terpretazione soggettiva o semplicemen­te limitata a una sola analisi, incapace di accogliere in sé il senso globale che nel corso dei secoli ha guidato la Tradizione dell’intero popolo di Dio. C ari membri della Pontificia Com­missione Biblica, desidero conclu­dere il mio intervento formulando a tutti voi i miei personali ringraziamenti e incoraggiamenti. Vi ringrazio cordialmen­te per l’impegnativo lavoro che compite al servizio della Parola di Dio e della Chiesa mediante la ricerca, l’insegnamento e la pubblicazione dei vostri studi. A ciò ag­giungo i miei incoraggiamenti per il cam­mino che resta ancora da percorrere. In un mondo dove la ricerca scientifica assume una sempre maggiore importanza in nu­merosi campi è indispensabile che la scien­za esegetica si situi a un livello adeguato. È uno degli aspetti dell’inculturazione della fede che fa parte della missione della Chie­sa, in sintonia con l’accoglienza del miste­ro dell’Incarnazione. Cari fratelli, il Signo­re Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e di­vino Maestro che ha aperto lo spirito dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scrit­ture (cfr Lc 24,45), vi guidi e vi sostenga nelle vostre riflessioni. La Vergine Maria, modello di docilità e di obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere sempre meglio la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura, non soltanto attra­verso la ricerca intellettuale, ma anche nella vostra vita di credenti, affinché il vo­stro lavoro e la vostra azione possano con­tribuire a fare sempre più risplendere da­vanti ai fedeli la luce della Sacra Scrittu­ra. Nell’assicurarvi il sostegno della mia preghiera nella vostra fatica, vi imparto di cuore, quale pegno dei divini favori, l’a­postolica benedizione. Benedetto XVI


testimonianza della settimana

"Dio mi cercava"

Testimonianza di un medico

"Certa è questa affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza"(1 Timoteo 1:15,16)
Mia madre aveva pregato molto perché fossi un vero cristiano. Tuttavia, fin dai primi anni della mia vita di studente, rifiutavo il cristianesimo; arrivai al punto di vendere, per comprarmi degli alcolici, la Bibbia che mia madre mi aveva donato. Quel libro mi dava veramente fastidio. La mia vita senza Dio fece di me un uomo dai costumi dissoluti, anche se ero stimato per le mie qualità professionali. Quando divenni medico ospedaliero, vidi ogni tipo di disgrazia. Un giorno fu portato nel mio ambulatorio un muratore, vittima di un incidente sul lavoro. Il suo stato era disperato ed egli ne era cosciente. Ma l'avvicinarsi della morte non lo preoccupava affatto. Fui profondamente colpito dall'espressione felice sul suo viso. Dopo la sua morte, poiché non aveva famiglia, furono esaminati in mia presenza i pochi effetti contenuti nella sua borsa. Tra le altre cose si trovava una Bibbia. Quale fu la mia sorpresa quando riconobbi che era quella che mi aveva dato mia madre! La aprii: vi era segnato il mio nome come pure un versetto scritto da lei. Chiesi ed ottenni che il libro mi fosse assegnato. L'ultimo proprietario l'aveva certamente letta molto, a giudicare dai numerosi versetti sottolineati. Ero sconvolto. Dio mi cercava. Rispondeva alle preghiere di mia madre. Non ebbi requie fino al momento in cui accettai Gesù come mio Salvatore. Quella Bibbia è diventata per me un gran tesoro: mi ricordava mia madre, un episodio della mia vita, e soprattutto era una testimonianza della grazia del buon Pastore che continua a cercare la sua pecora perduta finché la trova.

Un curioso aneddoto

Cari amici, l'aneddoto che vi propongo in questo post contiene una grande verità.
Riflettiamo insieme!

LANTERNA IN PIENO GIORNO

Un prete passeggiava in pieno giorno al mercato portando una lanterna accesa. E così andava su e giù nel bazar. Un importuno gli disse:"Perché entri in ogni bottega? Che cosa cerchi? Che senso ha, in pieno giorno, cercare qualcosa alla luce di una lanterna?"Il prete rispose:"Cerco un uomo vivo e che abbia il soffio di un santo!""Ebbene guarda qui!", fece l'uomo. "Questo bazar é così affollato!""No!", fece il prete. "Cerco un uomo che sappia controllare il suo desiderio e la sua collera. Uno di quelli che rimangono uomini anche di fronte al desiderio più intenso. Vorrei che un uomo simile mi calpestasse come la polvere per poter sacrificare per lui la mia anima.""Allora tu cerchi una cosa molto rara. Le tue azioni dimostrano che tu disprezzi il destino. Tu non vedi che l'apparenza, ma l'essenziale é deciso dal destino. E quando il destino si compie, persino i cieli si stupiscono. Cercare di negare questo é come restringere l'universo. Il destino può trasformare la pietra in acqua? Tu che ha visto girare la macina del mulino, vieni dunque a vedere il fiume che la muove. Tu hai visto la polvere in aria? Guarda invece il vento che ne é la causa. Tu vedi la pentola che bolle. Sii ragionevole e guarda invece la fiamma che sta sotto e che la fa bollire. Non preoccuparti della pazienza e pensa a Colui che ti ha donato la pazienza. Tu pretendi di aver visto qualcosa ma le tue azioni dimostrano che non hai visto niente. Ammira l'oceano invece della schiuma. Trasforma il tuo cuore in oceano. Chi non vede che la schiuma é catturato dalla vertigine e va su e giù, ma chi ha visto l'oceano non conosce più il dubbio."
(Rumì, racconti Sufi-Red edizioni)

giovedì 23 aprile 2009

Quindici minuti con Gesù di Nazareth






L' autore è Sant'Antoine Maria Claret. (1870 ) Arcivescovo di Santiago del Cile. Fondò la società missionaria dei figli del Cuore Immacolato di Maria. P. Antoine dice che è Gesù che si rivolge ad ogni anima.


Voce di Gesù :
Non è necessario, figlio mio, sapere molto per farmi piacere.
Basta che tu abbia fede e che mi ami con fervore.
Se vuoi farmi piacere ancora di più, confida in Me di più, se vuoi farmi piacere immensamente, confida in Me immensamente.
Allora parlami come parleresti con il più intimo dei tuoi amici, come parleresti con tua madre o tuo fratello.
Vuoi farmi una supplica in favore di qualcuno?
Dimmi il suo nome, sia quello dei tuoi genitori, dei tuoi fratelli o amici, o di qualche persona a te raccomandata
Dimmi subito cosa vuoi che faccia adesso per loro,
L’ho promesso: “chiedete e vi sarà dato. Chi chiede ottiene”.
Chiedi molto, molto. Non esitare nel chiedere. Ma chiedi con fede perché Io ho dato la Mia Parola : “Se aveste fede quanto un granellino di senape potreste dire al monte: levati e gettati nel mare ed esso ascolterebbe. Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”.
Mi piacciono i cuori generosi che in certi momenti sono capaci di dimenticare se stessi per pensare alla necessità degli altri. Così fece Mia Madre a Cana in favore degli sposi quando nella festa dello sposalizio è venuto a mancare il vino. Mi chiese un miracolo e l’ottenne. Così fece anche quella donna Cananea che mi chiese di liberare la figlia dal demonio, ed ottenne questa grazia specialissima.
Parlami dunque, con la semplicità dei poveri, di chi vuoi consolare, dei malati che vedi soffrire, dei traviati che vorresti tornassero sulla retta via, degli amici che si sono allontanati e che vorresti vedere ancora accanto a te, dei matrimoni disuniti per i quali vorresti la pace.
Ricorda Marta e Maria quando mi supplicarono per il fratello Lazzaro ed ottennero la sua risurrezione. Ricorda Santa Monica che, dopo avermi pregato durante trent’anni per la conversione del figlio, grande peccatore, ottenne la sua conversione e diventò il grande Sant’Agostino. Non dimenticare Tobia e sua moglie che con le loro preghiere ottennero fosse loro inviato l’Arcangelo Raffaele per difendere il figlio in viaggio, liberandolo dai pericoli e dal demonio, per poi farlo ritornare ricco e felice affianco dei suoi familiari.
Dimmi anche una sola parola per molte persone, ma che sia una parola d’amico, una parola del cuore e fervente. Ricordami che ho promesso : “Tutto è possibile per chi crede. Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano! Tutto quello che chiederete al Padre nel Mio Nome, ve lo concederà”.
E per te hai bisogno di qualche grazia?
Se vuoi farmi una lista delle tue necessità e vieni a leggerle in mia presenza; ricorda il caso del mio servo Salomone, mi chiese la saggezza e gli fu concessa in abbondanza. Non dimenticare Giuditta che implorò grande coraggio e l’ottenne. Tieni presente Giacobbe che mi chiese prosperità (promettendomi di dare in opere buone la decima parte di quanto avesse avuto) e gli fu concesso molto, generosamente, tutto quello che desiderava e ancor di più. Sara mi pregò ed io allontanai il demonio che la tormentava. Magdalena pregò con fede e la liberai dalle brutte abitudini. Zaccheo con la preghiera si liberò dal dannoso attaccamento al denaro e si trasformò in un uomo generoso. E tu… cosa vuoi che ti conceda?
Dimmi sinceramente se sei orgoglioso, se ami la sensualità e la pigrizia. Che sei egoista, incostante. Che trascuri i tuoi doveri. Che giudichi severamente il tuo prossimo, dimenticando la mia proibizione : “non giudicate per non essere giudicati; non condannate e non sarete condannati”.
Dimmi se parli senza carità degli altri. Che ti preoccupi di più di quello che pensano gli altri di te che di quello che “pensa Dio”. Che ti lasci dominare dalla tristezza e dal malumore. Che rifiuti la tua vita, la tua povertà, i tuoi mali, il tuo lavoro, il modo come ti trattano, dimenticando quello che dice il Libro Santo : “ Dio dispone tutte le cose per il bene di quelli che lo amano”.
Dimmi se hai l’abitudine di dire bugie, che non domini il tuo sguardo né la tua immaginazione, che preghi poco senza fervore, che le tue confessioni sono fatte senza dolore e senza l’intenzione di evitare poi le occasioni di peccato, e per questo cadi sempre nelle stesse mancanze. Che la messa la segui male e le comunioni le fai senza preparazione e con poche azioni di grazia. Che sei pigro ed hai paura dell’apostolato. Che qualche volta passi alcuni giorni senza leggere neanche una pagina della Bibbia…
Ed Io ti ricorderò i Miei insegnamenti che porteranno una trasformazione totale nella tua vita. Ti dirò ancora: “ Dio umilia gli orgogliosi ma gli umili colma di grazie…”.” Se trascuri i piccoli doveri trascurerai anche quelli grandi. Di ogni parola dannosa che uscirà dalla vostra bocca dovrete renderne conto il giorno del giudizio. Beati quelli che ascoltano la Parola del Signore e la mettono in pratica “.
Non ti vergognare, povera anima! Ci sono in cielo molti giusti e tanti santi di prim’ordine che hanno avuto gli stessi tuoi difetti. Ma pregarono con umiltà e poco a poco si sono liberati di essi. Perché “non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” e perché “ Dio non rifiuta mai un cuore umiliato e pentito. Il miglior dono per Dio è un cuore pentito”.
E non esitare neanche nel chiedermi beni spirituali e materiali. Salute, memoria, simpatia, successo nel lavoro, negli studi e negli affari. Andare d’accordo con tutte le persone. Nuove idee per i tuoi affari, amicizie che ti siano utili, buon carattere, pazienza, allegria, generosità, amore per Dio, odio al peccato… Tutto questo posso darti e ti do, e desidero che tu Mi chieda, sempre e quando favorisca ed aiuti la tua santità e non si opponga ad essa. Ma in tutto devi sempre ripetere la mia preghiera nell’orto : “ Padre, non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi Tu”. Perché molte volte quel che chiede una persona non conviene alla sua salvezza, ed allora nostro Padre gli concede altri doni che gli faranno maggior bene.
E per oggi?
Che ti occorre?
Cosa posso fare per il tuo bene?
Se tu sapessi il desiderio che ho di favorirti. Ho dato da mangiare a cinquemila persone con solo cinque pani, perché ho visto che ne avevano bisogno. Ho calmato la tempesta quando gli apostoli mi svegliarono. Ho risuscitato la figlia di Giairo quando suo padre mi chiese di farlo. Anche tu dovrai ripetere col profeta : “ Chi si è rivolto al Signore e non è stato ascoltato?”.
Hai adesso fra le mani qualche progetto?
Raccontami nei dettagli.
Cosa ti preoccupa?
Cosa pensi di fare?
Cosa vuoi?
Come posso aiutarti?
Magari ricordi sempre la frase del salmista : “ Quel che ci porta al successo non sono i nostri affanni. Quel che ci porta al successo è la benedizione di Dio: Raccomandati a Dio nelle tue preoccupazioni e vedrai realizzarsi i tuoi desideri”. Gli israeliti desideravano occupare la terra promessa. Mi supplicarono e lo concessi; David voleva vincere Golia, Mi pregò e l’ottenne; i miei apostoli volevano che aumentassi la loro fede, Mi chiesero questo favore e lo concessi con enorme generosità. E tu…cosa vuoi che ti conceda? La pace che deriva dal percorrere la strada giusta!
Cosa posso fare per i tuoi amici?
Cosa posso fare per i tuoi superiori, per le persone che vivono nella tua casa, nel tuo quartiere, che trovi nel tuo cammino, per le persone delle quali dovrai rendere conto il giorno del giudizio?
Geremia pregò per la città di Gerusalemme e Dio la colmò di benedizioni, Daniele pregava per i suoi connazionali ed ottenne che diminuissero molte loro pene.
E tu, cosa mi chiedi per i tuoi vicini di casa, per il tuo quartiere, per la tua regione, per la tua patria…?
E per i tuoi genitori?
Se sono già morti ricorda che “è una opera santa e buona pregare Dio per i morti, perché riposino dalle loro pene”.
E se sono ancora viventi, cosa vuoi per loro? Più pazienza nelle loro pene, nei loro problemi di salute? Un carattere piacevole? Comprensione in famiglia? Le preghiere di un figlio non possono essere respinte da chi, a Nazareth, per trent’anni è stato esempio di amore filiale.
C’è qualche familiare che ha bisogno di qualche favore?
Prega per lui o per lei e Io farò della tua famiglia un tempio d’amore e conforto, e verserò a mani piene sui tuoi familiari le grazie e gli aiuti necessari per essere felici nel tempo e nell’eternità.
E per Me? Vorrei stare sempre nell'orto dei Gezemani!
Non desideri da Me grazia e amicizia? Magari! Non vorresti fare del bene al tuo prossimo, ai tuoi amici, a chi ami forse molto, ma che vivono lontani dalla religione o non la praticano nel modo giusto?
Sono padrone dei cuori che, rispettando la loro libertà, porto dolcemente verso la santità e l’amore di Dio. Ma ho bisogno di persone che preghino per loro. Nel Vangelo ho lasciato questa promessa : “Il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glieli chiedono”. Chiedimi per i tuoi familiari quel buon Spirito, che si ricordino dell’eternità che li aspetta, di prepararsi un buon tesoro in cielo facendo in questa vita moltissime opere buone e pregando ininterrottamente. Lavorando per la salvezza della tua famiglia e degli altri non dimenticare mai la stupenda promessa del profeta : “coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre“.
Sei forse triste o di malumore?
Raccontami. Raccontami, anima sconsolata, le tue tristezze in ogni dettaglio.
Chi ti ha ferito?
Chi ha ferito il tuo amor proprio?
Chi ti ha disprezzato?
Dimmi se ti va male nel tuo lavoro e Io ti dirò le cause del tuo insuccesso. Non vorresti che Mi occupassi di qualcosa per te?
Avvicinati al Mio Cuore che ha un balsamo efficace per tutte le ferite del tuo. Raccontami tutto e in breve mi dirai che, come Me, tutto perdoni e tutto dimentichi, perché “ le pene di questa vita non sono comparabili con l’immensa gioia che ci attende quale premio nell’eternità”. Senti l’indifferenza di persone che prima tu hanno voluto bene, ma che ora ti dimenticano e si allontanano da te senza motivo? Prega per loro. Il mio amico Giobbe pregò per quelli che con lui sono stati ingrati, e la bontà divina li perdonò, e li fece tornare alla sua amicizia.
Vuoi raccontarmi qualche gioia?
Perché non mi fai partecipe di essa, come buon amico? Raccontami quello che da ieri o dalla tua ultima visita a Me ha consolato e ha fatto sorridere il tuo cuore. Forse hai avuto gradevoli sorprese.
Magari sono sparite certe angosce o paure per il futuro.
Hai superato qualche ostacolo, oppure, sei uscito da qualche difficoltà impellente?
Tutto questo è opera mia, Io ti ho procurato tutto questo.
Quanto mi rallegrano i cuori grati che, come il lebbroso guarito, tornano per ringraziare, ma molto mi rattristano gli ingrati che, come i nove lebbrosi del Vangelo, non tornano per ringraziare per i benefici ricevuti. Ricorda che “chi ringrazia per un beneficio ottiene che gli si concedano degli altri”. Dimmi sempre un “grazie” con tutto il cuore.
E poi… non hai qualche promessa da farmi?
Già lo sai che leggo nel fondo del tuo cuore. Gli umani si ingannano facilmente. Dio no. Parlami allora con sincerità. Hai il fermo proposito di non esporti più a quella occasione di peccato? Di privarti di quel giornale, rivista, film, programma televisivo che danneggia la tua anima? Di non leggere quel libro che ha eccitato la tua immaginazione? Di non trattare quella persona che ha turbato la pace della tua anima? Di stare in silenzio quando senti che arriva la collera? Perché “ gli imprudenti dicono quello che sentono dentro di sé quando sono di malumore, ma i prudenti rimangono in silenzio quando sono di malumore, e sanno dissimulare le offese ricevute”.
Vuoi fare il buon proposito di non parlare male di nessuno, anche quando credi che quel che dici è verità? Di non lamentarti perché è dura la vita? Di offrirmi le tue sofferenze in silenzio invece di andare in giro rinnegando le tue pene? Di lasciare ogni giorno un piccolo spazio per leggere qualche cosa che ti sia di profitto, specialmente la Bibbia? Così diranno anche di te: “ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica, sarà come una casa costruita sulla roccia, non crollerà”.
Sarai ancora amabile con le persone che ti hanno trattato male? Avrai da ora in poi un volto allegro ed un sorriso amabile? Anche con quelli che non hanno molta simpatia per te?
Ricorda le Mie Parole : “Se saluti solo quelli che ti amano, che merito ne hai? Anche i cattivi fanno così. Perdona e sarai perdonato. Un volto amabile rallegra i cuori degli altri”.
E adesso ritorna alle tue occupazioni…
Ma non dimenticare questi quindici minuti di gradevole conversazione che abbiamo avuto qui nella solitudine del santuario. Conserva più che puoi il silenzio, la modestia e la carità con il prossimo.
Ama mia Madre, che è anche Madre tua. Ricorda che essere buon devoto della Vergine Maria è segno di sicura salvezza.

CONSOLARE GESU’
Il fine di tutto il cammino della vita spirituale è giungere all’intimità profonda con Gesù e condividere con lui le gioie e i dolori che Egli prova.
Gesù ha bisogno di consolatori, ma ne trova pochi. Consolare Gesù è il modo più raffinato di amarLo. Alla fine di tutto che cosa conta veramente? Non sono le grandi opere che posso fare, gli atti di eroismo che posso realizzare per tanti poveri bisognosi, ma consolare Gesù.
E’ Lui il centro di tutta la vita della Chiesa. Quando amo Gesù e lo consolo, sono già in tutte le parti del mondo, sono già al letto dei morenti, nelle carceri, nei lebbrosari, a consolare i moribondi, ad alleviare le sofferenze del purgatorio. Perché se è vero che dove c’è uno che soffre là c’è Gesù, è anche altrettanto vero che consolare Gesù è già sconfiggere la tristezza del mondo. Vocazione questa molto difficile da capire e da vivere : occorre aver raggiunto un alto grado di santità.
GESU’ AD ALEXANDRINA MARIA DA COSTA
Non hai compassione di Me? Sono nei tabernacoli tutto solo. Tanto schernito, abbandonato e tanto offeso…Và a consolarmi ed a riparare: ripara tanto abbandono. Visitare i carcerati e consolarli è opera buona. Io sono carcerato per Amore. Io sono il carcerato dei carcerati.
PREGHIERA
Dolce Madre di Gesù, Tu sei la Prima Adoratrice di Lui e della Santissima Trinità. Tu sei la Madre dell’Adorazione, la Madre di tutte le anime adoratrici, la Madre mia…Sotto la Tua protezione metto la mia vita. Con immensa riconoscenza Ti ringrazio perché mi apri gli occhi per contemplare Colui che si immola sul Santo Altare e mi apre la via dell’Adorazione Eucaristica. Mi conduci sempre al cospetto del Tuo Figlio nel Tabernacolo. Custodisci l’anima mia e santifica la mia vocazione adoratrice, per la Gloria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

La Parola di Dio è una Parola scomoda

Dal quotidiano l'Avvenire

Notizia: il Vangelo non rende politicamente

Martedì ("Corsera", p. 1: "La missione di carità che fa bene alla Chiesa")
Michele Salvati con ottime intenzioni osserva che la Chiesa dovrebbe accorgersi di quanto consenso ha quando si fa promotrice di carità sociale, ma anche di quanti rifiuti riceve quando si mostra intransigente su materie di bioetica. Già ieri qui su "Avvenire" varie risposte ottime, e sullo stesso "Corsera" (p. 37) Savino Pezzotta ricorda che a fondamento della sua proposta di Carità la Chiesa ha l'obbligo di «proporre la sua Verità» " «V» maiuscola " che è Vangelo, cioè Gesù Cristo salvatore in pienezza, e Salvati gli replica cortese che l'azione della Chiesa, quando testimonia «ciò che ritiene Verità" non è redditizia in termini di consenso politico». Perfetto! Ha ragione, Salvati, ma non si offenderà se leggendolo a Malpelo tornano in mente un paio di scene evangeliche. La prima è quella delle «tentazioni» nel deserto, con la proposta di tre cose che Gesù rifiuta (Mt. 4,11 e paralleli) e la seconda è quella del momento supremo, quando da sotto la Croce qualcuno lo esorta a salvare se stesso, come ha salvato gli altri: «Scenda dalla croce e gli crediamo» (Mt, 27, 42). A Malpelo a prima vista paiono tutte cose «redditizie in termini di consenso politico»" Allora la vera domanda è altra: può la Chiesa, e nel caso anche un Papa, non «produrre conflitto» " come diceva ieri giustamente Baget Bozzo ("La Stampa", p. 36) " e non ricevere dissensi politici quando annuncia, sulla vita, sulla morte e sulla salvezza, le cose per cui Gesù Cristo ha dato se stesso? E la risposta, pur con tutto il rispetto, è no.
Gianni Gennari

mercoledì 22 aprile 2009

Dio è Amore

Un semplice modo per spiegare ciò che Dio è

http://www.dioeamore.altervista.org/

La radice del male della crisi attuale


Dal quotidiano "l'Avvenire"

L'UDIENZA DEL MERCOLEDI'
Il Papa: è nella cupidigia la radice della crisi attuale

La condanna della cupidigia, descritta dal monaco benedettino Ambrogio Autperto nell'ottavo secolo come "radice di tutti i mali", per il Papa, "nell'attuale crisi economica mondiale rivela tutta la sua attualità". Infatti, afferma il Pontefice, "da questa unica radice è nata tutta questa crisi". La condanna di Sant'Ambrogio Autperto, "valente pastore d'anime", era però, tiene a ricordare Benedetto XVI, che applica lo stesso criterio alla situazione di oggi, "contro l'avidità non contro gli avidi" che egli voleva redimere. Così come, per il monaco che fu stimato da Pipino il breve e forse chiamato a fare il precettore di Carlo Magno, "il disprezzo del mondo, non è disprezzo della bellezza del Creato ma della falsa visione del mondo presentataci dalla cupidigia, cioè dell'idolatria dell'avere e dell'apparire, una falsa interpretazione che distrugge il mondo". Una tentazione, ricorda il Papa teologo ai 40 mila fedeli presenti in piazza San Pietro all'Udienza Generale, che "esiste anche all'interno delle anime dei monaci", e questo ci ricorda che "la Chiesa è fatta di persone". L'ottavo secolo, sottolinea, "fu un tempo di forti strumentalizzazioni politiche della Chiesa, da parte dei nazionalismi e del tribalismo che avevano sfigurato il suo volto, come abbiamo visto anche noi nel nostro tempo". Da parte sua, continua il Papa, Sant'Ambrogio Autperto, "considerato il primo grande mariologo dell'Occidente", ha saputo "riscoprire da Maria il volto della Chiesa e ha compreso che con la ricerca teologica non si riesce a conoscere Dio, che si raggiunge solo con l'amore. Scrisse infatti: 'quando sei amato sei raggiuntò". "Questo stesso approccio - rileva il Papa - ci aiuta a vivere il mistero teologico della Chiesa anche oggi, nei nostri tempi". Oggi, infatti, "è diffuso un falso concetto di libertà", come se libertà volesse dire "disporre di tutto" mentre la vera via della libertà, è un'altra: è la "via dell'amore". Ambrogio Autperto, in proposito, "indica nei suoi scritti che c'è una via stretta e una via larga, una ripida e una comoda" basata appunto su un "concetto falso di libertà, di disporre di tutto". "Dobbiamo tornare - esorta - verso la strada dell'amore e della retta vita". Quanto alla Chiesa, aggiunge il Pontefice, essa "non può essere mai separata da Gesù Cristo", che "deve in noi, che siamo il suo corpo, quotidianamente nascere, morire e risuscitare", come afferma "l'opera più importante" di S. Ambrogio Autperto, il suo commento in dieci libri all'Apocalisse, in cui presenta il "ruolo decisivo della Vergine Maria nell'opera della Redenzione". "La Chiesa - conclude Papa Ratzinger citando il monaco benedettino - è nelle mani di Cristo, rimane il suo corpo, rimane realmente un soggetto con Lui, partecipa della mediazione delle grazie", formulazioni che "in qualche modo anticipano quelle di san Bernardo e della mistica francescana, senza tuttavia deviare verso forme discutibili di sentimentalismo, perchè egli non separa mai Maria dal mistero della Chiesa".
Benedetto XVI

lunedì 20 aprile 2009

Per riflettere

La fatica di trasmettere la fede

Partendo da una frase della prima lettera ai Corinzi al capitolo 15, in cui Paolo, proclamando il Vangelo di Gesù Cristo dice:” A voi trasmetto quello che anch’io ho ricevuto”, voglio portare a riflettere sulla fatica che si fa oggi di trasmettere la fede alle nuove generazioni.
I verbi usati da Paolo, trasmettere e ricevere, erano i verbi della catechesi: la fede era qualcosa da trasmettere. Questo trasmettere, oggi, rischia di saltare in aria.
L’ambito scientifico e della comunicazione ha fatto dei passi talmente in avanti che i giovani, di fronte al tentativo dei genitori di trasmettere la fede, rispondono dicendo che ciò fa parte del passato, di un modo obsoleto di pensare e che oggi non ha più alcun valore. Mentre una volta tutto il sapere veniva dal passato e le generazioni che seguivano lo portavano avanti, la generazione attuale, avendo degli strumenti scientifici totalmente nuovi, tende a dimenticare le proprie radici perché pensa che non servano a niente: non serve la fede, non serve più la penna, non serve più la matita, non serve più il quaderno, perché c’è il computer che sostituisce tutto e meglio.
Facendo così si fa una censura di tutto ciò che viene da prima e in questo venire da prima ci sta anche la comunicazione delle Scritture, la comunicazione della fede.
Una generazione che straccia tutto il bagaglio d' insegnamenti che vengono dal passato è come un albero che taglia le proprie radici. Questa è una realtà che non è solo dell’ambito religioso, ma di tutti. Il compito della scuola non è solo trasmettere quello che oggi è, ma di far sì che il computer ed altri strumenti tecnologici diventino dei mezzi per ricercare e studiare anche ciò che ci ha preceduto.
Lo studio, per l’uomo, non deve essere solo quello scientifico, ma anche quello umanistico, che riguarda le persone, i loro sentimenti, la loro anima intesa, non solo in senso religioso, ma come ciò che è profondo, interiore.
Dai giovani di questa epoca questo discorso non è ritenuto valido e allora diventa difficile parlare di contenuti religiosi, etici e morali.
E’ necessario prendere coscienza che ci troviamo in una situazione preoccupante: non è possibile che non si riesca più a parlare neanche con i ragazzini di quinta elementare. Fino alla quarta ancora va in parte bene perché, in vista del sacramento della prima comunione, i genitori riescono a mandare i figli al catechismo ed anche alla messa domenicale. Dai dieci ai tredici anni c’è un abbandono. Verso i quattordici anni, per la cresima , i ragazzi ritornano per poi lasciare definitivamente.
La situazione è davvero grave, c’è qualcosa che non funziona: ci troviamo di fronte ad una generazione che va dai bambini di dieci anni ai quarantenni, che abbandona totalmente la pratica religiosa poiché fa fatica a coinvolgersi nella vita di fede.
A mio avviso, una delle cause probabili di quest' abbandono, va ricercata nel tendere oggi, a parlare troppo e solo di temi etici, anche se sono temi importanti.
La nostra predicazione non può essere solo un richiamare quello che si deve fare o non si deve fare. Il compito della chiesa e di tutti i cristiani è, prima di tutto, quello di proporre la fede con l’annuncio del vangelo di Gesù Cristo. Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci indica chiaramente il metodo che ha usato: ha annunciato ciò che ha ricevuto, poi ha parlato anche di morale.
La mentalità di questa generazione non è per niente cristiana e parlare solo di ciò che è lecito o proibito, crea anticlericalismo. Chi non crede guarda la vita dell’uomo in una certa maniera, è colpito nel profondo solo da situazioni di sofferenza a cui non sa dare un senso, anzi, scambia per un atto d’amore, il mettere fine all’esistenza di una persona malata in modo irreversibile, come nel caso di Eluana.
Cari amici, è necessario che tutti noi, cominciamo ad essere testimoni credibili di Cristo morto e risorto per la nostra salvezza perché il mondo e soprattutto i giovani, anche se non se ne rendono conto, hanno bisogno di ricevere un messaggio di speranza, di qualcosa e di qualcuno che li riempia interiormente. San Pietro, nella sua prima lettera apostolica dice:” voi siete stati rigenerati, mediante la risurrezione di Cristo, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Forti di questo messaggio, continuiamo la nostra missione, riconoscendo qualche volta anche gli errori e confidando di più nella misericordia di Dio.
Marina