lunedì 30 novembre 2009

Sant'Andrea apostolo

Auguri a tutti gli Andrea!

Sant'Andrea è nato a Bethsaida di Galilea ed è morto a  Patrasso (Grecia), ca. 60 dopo Cristo.
Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: "Ecco l’agnello di Dio!". Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: "Abbiamo trovato il Messia!". Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale "fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa”". Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Matteo 4,18-20).


Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo "con grande potenza e gloria" (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione.

E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: "Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen". Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre.

Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso.

Fonte: Famiglia Cristiana

sabato 28 novembre 2009

Alla porta del cuore in attesa di Dio

Il vangelo di questa domenica ci invita a rialzare il capo, ad aprire il cuore alla speranza, a ridestare l’attesa perché il Signore viene a portare a compimento la promessa di fare nuove tutte le cose.

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

I Domenica di Avvento Anno C  (Letture: Geremia 33,14-16; Salmo 24; 1 Tessalonicesi 3,12-4,2; Luca 21,25-28,34-36)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. [...] State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso [...]. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

Avvento è parola la cui radice latina significa: venire accanto, farsi vicino. È il tempo in cui tutto si fa più vicino: Dio all'uomo, l'altro a me, io al mio cuore. È sempre tempo d'Avvento, allora, sempre tempo di abbreviare distanze, di conquistare vicinanza. Avvento è quel tempo magnifico che sta tra il gemito delle cose e la venuta di Cristo, lunga ora tra doglie e parto, di cui ci parla il drammatico Vangelo di Luca. Dio ha giudicato il mondo e l'ha trovato lontano. Ma invece di sdegnarsi, è lui stesso che si carica della distanza, s'incarica di tutti i passi. Dio ha giudicato l'uomo e l'ha trovato lontano. E invece di condannarlo, si pone in cammino a ricucire i lembi della lontananza. Il Signore giudica me e mi trova con il cuore appesantito, e viene più vicino, lui l'unico che parla al cuore. Quando avverrà tutto questo? Gesù invece di rispondere quando avverranno le cose ultime, indica come attenderle nel tempo intermedio. Il quando avverranno è adesso: il cristiano non evade, abita il quotidiano, intercede, letteralmente cammina in mezzo, medicando le piaghe, curando i germogli. E anche il germe divino, quel piccolo Dio che ha da fiorire in ognuno di noi. Attesa e attenzione sono le due parole tipiche dell'Avvento. Attesa di Dio, Colui-che-viene, eternamente incamminato verso di me. Attesa come di madre: la donna sa nel suo corpo, da dentro, cosa significa attendere; è il tempo più sacro, più creatore, più felice. Attendere, infinito del verbo amare. Tutte le creature attendono, anche il grano attende, e le pietre e la notte, tutta la creazione attende un Dio che viene, che ha sempre da nascere. State attenti che i vostri cuori non si appesantiscano. Vivere con attenzione, perché «la più grave epidemia moderna è la superficialità» (R. Panikkar). Vivere attenti al cuore, prima di tutto, perché è la casa della vita, è la porta di Dio. L'incarnazione non è finita, accade continuamente. Dio nasce perché io nasca. L'uomo non è mai nato del tutto, e deve affrontare la fatica di generarsi di nuovo, o sperare di essere generato... la speranza è fame di nascere del tutto, di portare a compimento ciò che custodiamo in noi. Verrà sulle nubi, ma già viene: nei piccoli gesti dei cuori puri, nella luce intima che indica la via, in una delicatezza inattesa, viene attraverso le persone che amo e che ho accanto, come talenti. Sono il suo linguaggio, la mano dei suoi doni. Ogni carne è intrisa di Dio.


L'Avvento e l'Anno Liturgico

Con questa prima domenica d’Avvento inizia il nuovo Anno Liturgico durante il quale sarà letto il Vangelo di Luca.

Come sappiamo, ogni anno la liturgia ci propone la lettura di uno dei vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca); il Vangelo di Giovanni non ha un anno tutto per sé perché viene letto in occasioni di festività o tempi particolari come la settimana santa.
Prima di parlare dell’Avvento, è opportuno cercare di dare una definizione di “Anno Liturgico”.

Che cos’è l’Anno Liturgico?
Parliamo prima di Tempo Liturgico.

Gesù, con la Sua venuta ha fatto sì che il tempo sia a nostro favore. Egli ci dice:” Vivi il tempo unito a me”.

Come facciamo questo?

Vivendo nella nostra vita la MEMORIA SACRAMENTALE della Nascita, della Vita, della Morte e Resurrezione di Gesù, attualizzando quello che Lui ha vissuto nel tempo.

Gesù ci dice di vivere in modo ciclico questi eventi.

Infatti, il tempo liturgico è il cristiano che vive nel corso di un anno quello che ha vissuto Gesù: questo tempo diventa così TEMPO DI SALVEZZA.

La Chiesa, con la Sua liturgia, celebra le tappe fondamentali in cui Cristo ha operato la nostra salvezza. La Pasqua è il culmine dell’anno liturgico, è la festa delle feste.

In conclusione possiamo dire che l’Anno Liturgico è il DISPIEGARSI DI DIVERSI ASPETTI DELL’UNICO MISTERO PASQUALE.

L’AVVENTO (caratterizzato dal colore viola)

La teologia dell'Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine "adventus" (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l'anniversario della prima venuta del Signore; d'altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi.
Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo Spirito viene guidato all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri della domenica che capita vicina al 30 novembre, e termina prima dei primi Vespri di Natale. E' caratterizzato da un duplice itinerario - domenicale e feriale - scandito dalla proclamazione della parola di Dio.

Le domeniche
Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell'Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell'Apostolo Paolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.

L’avvento, in particolare, è tempo fecondo per la conversione del cuore, per crescere nella speranza, per imparare il Vangelo dell’umiltà e dell’attesa, è il tempo in cui è necessario riconoscerci figli di un Dio che genera in noi suo Figlio.

C’è una frase di Giovanni Papini che dice: “ Anche se Cristo nascesse mille, diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverebbe se non nasce almeno una volta nel tuo cuore”.

Ma come può avvenire questa nascita interiore?

Sempre Giovanni Papini, il 25 dicembre 1955, poco più di sei mesi prima di morire, scriveva così:
"Eppure questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelosia dinanzi alla gioia del nemico o dell'amico, rallegrati perché è segno che quella nascita è prossima. Il giorno nel quale non sentirai una segreta onda di piacere dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati perché la nascita è vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po' di letizia a chi è triste e l'impulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l'arrivo di Dio è imminente. E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici e dovrai sopportare l'ottusità, la malignità e la gelidità dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pareva impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. Non sei più solo, non sarai più solo. Il buio della tua notte fiammeggerà come se mille stelle chiomate giungessero da ogni punto del cielo a festeggiare l'incontro della tua breve giornata umana con la divina eternità".


Questo tempo di avvento è dunque il tempo durante il quale siamo chiamati a cambiare vita, ad uniformare il nostro modo di pensare, di vivere, ma soprattutto di amare a quello di Gesù.




giovedì 26 novembre 2009

Le Virtù

Le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità

Abbiamo riflettuto sulle quattro virtù cardinali - prudenza, giustizia, fortezza, temperanza - che sono caratteristiche di ogni uomo onesto; in altre parole, possono anche essere le virtù di un buon pagano.

Infatti, noi le troviamo nel pensiero filosofico di Socrate come è presentato da Platone e nei trattati di Platone e di Aristotele. Pensiamo, per esempio, che sant' Ambrogio ne parla appoggiandosi sugli scritti di Cicerone, mostrando così di non disdegnare affatto la grande sapienza pagana. Ora dobbiamo compiere un salto di qualità per considerare tre virtù - fede, speranza, carità - specificamente bibliche. Nella loro unità inscindibile ce le presenta san Paolo fin dalla sua più antica Lettera, quella ai Tessalonicesi:

"Siamo continuamente memori davanti a Dio e Padre del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo" (1Ts 1, 3).

La triade, fissata ormai dalla Lettera paolina, la ritroveremo nel Nuovo Testamento, negli scritti dei Padri della Chiesa, nella catechesi.

Si tratta di tre atteggiamenti molti importanti e sempre collegati tra loro perché sono propri del cristiano. Evidentemente il discepolo di Cristo si qualifica anche per la sua prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, ma in quanto crescono sul terreno della fede, speranza, carità.

In qualche modo sarebbe stato forse meglio iniziare le nostre riflessioni a partire da queste tre tipiche virtù cristiane, ma abbiamo scelto di dare la precedenza a quelle virtù umane che gli stessi non credenti accolgono e desiderano vivere.

 La fede, la speranza e la carità, costituiscono la risposta globale al Dio trinitario che si rivela in Gesù Cristo; si tratta quindi di virtù legate alla rivelazione soprannaturale. Senza di essa non avrebbe senso la fede, che è il sì al Dio che si rivela; né avrebbe senso la speranza, che si appoggia alle promesse di Dio sulla vita eterna; né avrebbe possibilità di esistere la carità, che significa amare come Dio stesso ama.

Tre virtù che si appoggiano all'amore di Dio, alla manifestazione del suo amore per l'uomo in Gesù. Perciò sono chiamate teologali o divine: non soltanto perché si riferiscono a Dio, ma anche perché è Dio a renderle possibili, a offrirci la grazia di credere, sperare e amare. Esse hanno Dio come oggetto e insieme ci provengono dalla sua benevolenza, sono la vita divina in noi, la risposta che lo Spirito santo suscita in noi di fronte alla parola di Dio.

Mentre da soli siamo in grado di essere forti, giusti, prudenti e temperanti, non lo siamo di credere, di sperare e di amare se Dio non prende l'iniziativa, gratuita e libera, di infonderci questa triade di virtù.

La Fede

Cerchiamo di rispondere a quattro domande: - che cos'è la fede?

- che cos'è la fede nella nostra vita?
- perché credere?
- quali sono le difficoltà nel cammino della fede?

Che cos'è la fede?

La fede è un bene così grande che è più facile spiegarla con esempi che con parole.

Essa è l'atteggiamento di Abramo che risponde "Eccomi" al Signore che lo chiama per metterlo alla prova (Gen 22, 1).

È l'atteggiamento di Mosè che risponde "Eccomi" a Colui che lo chiama dal roveto ardente (Es 3, 4).

È l'atteggiamento di Samuele che dice "Eccomi" al Dio che lo chiama nella notte (Sm 3, 4.10).

È, ancora, l'atteggiamento di Maria che all'angelo risponde: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). "Con la fede l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente" , dice il Catechismo della Chiesa cattolica citando la Costituzione conciliare Dei Verbum (n. 5).

È il nostro dire "sì" a Dio che si rivela, si presenta a noi e ci parla. Il verbo "credere" e il vocabolo "fede" ricorrono molto frequentemente nel Nuovo Testamento (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere di Paolo, Pietro, Giacomo), perché la fede è la stazione di partenza, la prima sorgente della nostra adesione a Dio.

Mentre nell'Antico Testamento il "sì" dell'uomo si riferisce a diverse azioni divine (il Signore che salva, che chiama, che libera, che invita), nel Nuovo la fede si specifica nella salvezza che Dio ci propone in Gesù. È dunque un atto decisivo, fondamentale, con il quale ciascuno di noi accoglie, accetta la rivelazione del disegno salvifico in Cristo Gesù, morto e risorto, che ci dona lo Spirito. Questa è la Buona Notizia, il Vangelo, a cui rispondiamo dicendo: "lo credo", ed è perciò anche il contenuto del Simbolo che recitiamo nella Messa domenicale o nelle nostre preghiere personali. Noi sintetizziamo tutto questo proclamando, nel segno della croce, il nome "del Padre e del Figlio e dello Spirito santo", segno che caratterizza il credente cristiano.

Allora, "la fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio" - gli diciamo di "sì", ci fidiamo di lui - "e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la santa Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità" (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1814).

Che cos'è la fede nella nostra vita?

La fede nella nostra vita è tutto, è il bene sommo; senza di essa non c'è in noi nulla di divino. Se non abbiamo la fede, restiamo immersi nel peccato, nell'incredulità, nella non conoscenza di Dio, nel non senso della vita. Con la fede, invece, cominciamo a esistere; per questo, quando siamo stati presentati al fonte battesimale, i nostri padrini alla domanda "che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?" hanno risposto: «la fede».
Noi professiamo la fede tutte le volte che nella Messa rispondiamo "amen", cioè "sì", "è così", "credo che è così".

Potremmo anzi dire di più: ogni nostra azione buona, ogni nostra azione morale, è fatta a partire dalla fede, perché noi operiamo il bene, perché noi viviamo le virtù umane nella fede in quel Dio che ci ha amato. La fede quindi permea le nostre giornate, il nostro respiro. Dalla fede nascono la preghiera, i comportamenti cristiani, la partecipazione alla Messa, la lotta per la giustizia. La fede è tutto in noi, è la sostanza che pervade tutte le cellule della nostra esistenza.

Perché credere?

Il Catechismo della Chiesa cattolica, nel numero sopra citato, afferma che noi crediamo in Dio "perché egli è la stessa verità". Vorrei esprimere questo concetto con due risposte parallele: una che riguarda il nostro intelletto, la nostra mente, e l'altra che riguarda la nostra volontà.

1. Anzitutto, dobbiamo credere poiché Dio è verità infallibile e questo Dio-verità ci ha parlato, dandoci dei segni che ci invitano a riconoscere la sua rivelazione: tutta la storia della salvezza, tutta la vita di Gesù - dottrina, miracoli, profezie, morte e risurrezione -, tutta la vita della Chiesa testimoniano che Dio ha parlato. Accogliendo l'invito a credergli, noi compiamo un atto di fede nella verità stessa di Dio, nella sua veracità e quindi abbiamo in Dio il fondamento della nostra fede.

2. Al di là delle ragioni che sollecitano la mente a credere, ci sono dei motivi che spingono il cuore alla fede. Crediamo perché è questo il bene maggiore dell'uomo, perché la fede ci rende partecipi della conoscenza di Dio, di ciò che lui conosce e di come lo conosce. Credere ci apre alla vita divina, ci fa entrare in comunione con il Signore, a cui possiamo dire: "Tu sei mio", ed egli può dirci: "lo sono tuo". Con la fede, cioè, ci leghiamo in strettissima unità con Dio Padre, Figlio, Spirito santo.

Infatti, la Chiesa è in stato di missione perché ritiene che credere è il sommo bene e vuole annunciare a tutto il mondo la possibilità di partecipare alla comunione con Dio.

Quali le difficoltà della fede?

Dopo aver cercato di comprendere che cos'è la fede nella Bibbia, nella mia vita e perché bisogna credere, vogliamo chiederci come mai vengono tante difficoltà nella fede.

Le difficoltà possono risiedere nell'intelligenza e nei sentimenti.


1. Ci sono difficoltà provenienti dall'intelligenza, dalla ragione, obiezioni contro la fede che improvvisamente ci assalgono e ci disturbano: è davvero ragionevole credere? Come posso dire di sì a realtà che superano la mia comprensione?

In questo caso possiamo difenderci e combattere contro tali difficoltà studiando, informandoci, cercando di scioglierle una per una; insieme occorre praticare la pazienza, rimetter ci pazientemente di fronte alle grandi certezze che stanno alla base della fede. Perciò è estremamente importante leggere la Scrittura, il Vangelo, che ci pongono continuamente davanti quelle certezze che suscitano e nutrono la fede.

È chiaro che se un cristiano nutre poco la sua fede, a un certo punto essa rischia di morire di fame, illanguidisce e cede di fronte alle obiezioni: chi non partecipa alla catechesi, chi non approfondisce la Scrittura, sarà facilmente esposto alle difficoltà della fede di ordine intellettuale.

2. Anche il sentimento può giocarci. Per esempio, quando diciamo: non sento più niente, sono arido, il Signore non mi parla, non ascolta la mia preghiera, è diventato muto. Il cosiddetto silenzio di Dio, l'aridità o il deserto, possono creare grosse difficoltà.

Come vincerle?

Anzitutto vorrei ricordare un principio fondamentale: in queste difficoltà pratiche, di ordine sentimentale, la fede si purifica, non diminuisce. Quando entriamo nell'aridità o nell'oscurità, infatti, comprendiamo che Dio è 'altro' da noi, che non si identifica con in nostri sentimenti, con i nostri gusti, con le nostre immagini, ma è sempre al di là. Allora la fede diventa più autentica, più pura e, perseverando nel deserto, noi scopriamo il vero volto di Dio.

È necessaria dunque una grande perseveranza, è necessario un grande coraggio per resistere alle tentazioni contro la fede che nascono dal non sentire, dal non gustare; dobbiamo pregare insistentemente affermando risolutamente, con un atto di fede, la nostra fiducia in quel mistero di Dio che non è legato all'esperienza sensibile. Così la fede si solidifica, si irrobustisce.

3. Tuttavia, le difficoltà di fede possono essere causate da una volontà sbagliata. Allorché scelgo, per esempio, di operare contro i comandamenti, preferirei che Dio non esistesse e quindi sono pronto a prestare facilmente orecchio alle obiezioni sulla fede. Non poche obiezioni derivano purtroppo dal fatto che la nostra vita cristiana, i nostri comportamenti non sono conformi al Vangelo. Occorre dunque un cammino di conversione che ci porti a pensare e ad agire secondo la verità e l'esistenza di Dio. E il credere ci sarà molto più facile.

Comunicare la Parola

 Quattro semplicissime domande che  aiuteranno a riflettere personalmente sulla fede.


1. Mi capita di pensare alla mia fede, all'importanza della fede nella mia vita? Quando faccio il segno della croce, o recito il "Credo" o rispondo "Amen", penso davvero alla mia fede?

2. Sono convinto che ogni mio gesto buono è radicato nella fede e, quindi, che ogni opera buona che compio nasce dalla fede?

3. Che cosa mi aiuta maggiormente a credere? Mi aiuta la preghiera, la lettura della Bibbia, la catechesi, la lettura di qualche testo che presenta la fede permettendomi di sciogliere alcune difficoltà, la conversazione con persone che credono, la partecipazione a un gruppo dove si prega e si vive la fede?

4. Qual è l'ostacolo più grande alla mia fede? Le obiezioni di tipo intellettuale? L'aridità? Il comportarmi in modo difforme dalla fede?

Come posso ovviare a questi ostacoli e superarli?

Chiediamo al Signore di accrescere la nostra fede, facendo nostra la bellissima preghiera di Charles De Foucauld:

  "Padre mio,
io mi abbandono a te,
fa' di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto,
accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, mio Dio.
Affido l'anima mia nelle tue mani:
te la dono, mio Dio,
con tutto l'amore del mio cuore
perché ti amo.
Ed è un bisogno del mio amore
il donarmi,
il pormi nelle tue mani senza riserve,
con infinita fiducia,
poiché tu sei mio Padre".

È uno splendido atto di fede con cui questo grande cristiano, credente, mistico si abbandonava, pur nella sua oscurità e nel suo deserto, al mistero di Dio.

Fonte: "Le Virtù" di Carlo Maria Martini

martedì 24 novembre 2009

Prof stacca il crocifisso e lo butta nel cestino

Cari amici, capisco che da un pò di tempo a questa parte gli argomenti trattati nei blog si riferiscono in gran parte al tema "Crocefisso". Ma l'articolo che mi è capitato di leggere proprio oggi non può non essere portato alla vostra attenzione.

di Alberto Giannoni
Milano

Ha staccato il crocifisso appeso al muro di un’aula e lo ha gettato via. In un cestino secondo alcuni testimoni - a terra precisa invece il preside della scuola. Il protagonista della «prodezza» - che risale alla settimana scorsa - è un insegnante di un istituto tecnico di Lecco. È stato un altro docente a segnalare il fatto al dirigente scolastico. Al termine di un’accesa discussione con i suoi studenti il professore li ha lasciati uscire dall’aula e poi, in un momento di rabbia, ha «cestinato» la croce.

Il ministro per la Semplificazione, il leghista Roberto Calderoli ieri ha chiesto al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini di intervenire: «Il gesto commesso da questo professore - ha osservato Calderoli - è assolutamente odioso e blasfemo, in quanto non si è limitato soltanto a rimuovere il crocifisso dal muro ma lo ha addirittura gettato nel cestino per i rifiuti». «Ma al di là della posizione personale e delle implicazioni religiose - ha aggiunto il ministro - esiste una legge, e i professori dovrebbero essere di esempio in positivo e certamente non in negativo». Il preside, Roberto Peverelli, ha informato dell’episodio il provveditore Fausto Gheller, ed è stato subito aperto un provvedimento disciplinare. L’insegnante si è scusato con una lettera con il preside, i colleghi e gli studenti: «Si è trattato solo di un momento di nervosismo» la sua giustificazione. Considerate le scuse, il dirigente si è detto orientato ad applicare una sanzione più lieve, che rientra nei suoi poteri: fino a 10 giorni di sospensione dall’insegnamento e dallo stipendio. La Curia milanese, con il responsabile della Pastorale giovanile don Carlo Luoni, parla di «un gesto di disprezzo».

© Copyright Il Giornale, 24 novembre 2009

La reazione di questo  docente e' inaccettabile sia per il gesto in sé gravissimo che per le scuse che ha prodotto successivamente parlando di  "momento di nervosismo".
Ma quale momento di nervosismo? Come scusa non tiene. E caso mai perché prendersela proprio con il crocefisso? Poteva scaricare il proprio nervosismo in altro modo, non credete!? Personalmente  non conosco il contenuto dell'accesa discussione con gli studenti ma qualunque esso fosse stato non giustifica il gesto compiuto. Perché il caro prof. non prova ad andare ad insegnare nei paesi musulmani e gettare il Corano nel cestino? Forse riceverebbe un altro tipo di trattamento!
La cosa positiva, comunque, da quello che so,  è  che gli studenti hanno difeso strenuamente il Crocifisso, cosa che dà speranze per il futuro.

lunedì 23 novembre 2009

Per riflettere insieme

Carissimi, è con piacere che vengo a proporvi un’interessante riflessione del caro amico Gianandrea pubblicata nel suo penultimo post.

Riguarda la sentenza di Strasburgo sulla rimozione del Crocefisso dalle aule scolastiche e dai luoghi pubblici. Ma chi c’è veramente dietro questo infame provvedimento?
Leggiamo.

Crocefisso e massoni (chi costruisce, chi vuole distruggere e chi sempre redime)

Appare evidente, se non assolutamente ovvia, una circostanza: è in atto in Europa, negli alti vertici di quest'Europa (che non è molto probabilmente quella che immaginavano De Gasperi e gli altri fondatori) una campagna fortemente anti-cristiana, anzi anti-cattolica.
C'è un nemico fortissimo di Cristo che sta agendo in Europa, non dico il tanto nemico per eccellenza, quanto dello strumento o degli strumenti che vengono da lui utilizzati.

Il Gruppo Bilderberg organismo non ufficiale e di pensiero chiaramente massonico ha mosso le sue pedine per la nomina di Herman Van Rompuy a Presidente dell'Unione Europea.
Questo non è che un ulteriore passo nel tentativo (cui ha dato anche il suo non trascurabile contributo "il cattolico adulto" Romano Prodi) di togliere ogni traccia di cristianesimo dalla vita del nostro continente.

Tutto il ricco dialogo di commenti cui faccio menzione nelle righe precedenti dice fra l'altro che l'importante è che il crocifisso ci sia veramente nei nostri cuori (e qui concordo) e che va smascherata ogni falsità di chi alza ora la voce per protestare ma che di fatto non vive il cristianesimo (Al post n8 dal titolo “Interventi” potete trovare i vari commenti).

Ho sempre detto (e desiderato in primo luogo per me stesso e a seguire per tutti i miei interlocutori e per ogni persona) che desidero che Cristo diventi concretamente Signore della vita (mia e altrui), e lo ripeto anche oggi vigilia di Cristo Re.

Ritengo quindi che quest'ulteriore attacco alla fede cattolica debba essere visto come occasione per noi credenti per tornare ad aderire a Cristo con sincera umiltà per poter essere, in virtù della Sua grazia, efficaci testimoni della bellezza della fede in Lui.

Con il supporto della Sua Grazia (perennemente invocata e mai avuta per automatismo) qualunque attacco alla fede e alla Chiesa è comunque destinato al fallimento, non hanno prodotto dissolvimento della Chiesa i tentativi degli imperatori romani, non c'è riuscito il comunismo e neanche la mancanza di fede di molti preti e vescovi.

Chi costruisce la Sua Chiesa è sempre e comunque Dio e il Suo Santo Spirito che sempre e comunque suscita persone in grado di essere segno e testimonianza per gli uomini e il sacrificio di Cristo, di cui ogni crocifisso ci  invita a fare memoria, è la redenzione e salvezza perennemente possibile per ognuno di noi.

Tutte queste giuste considerazioni hanno suscitato in me alcune riflessioni di cui voglio rendervi partecipi.

.In modo particolare la liturgia della domenica appena trascorsa chiama tutti a guardare alla croce come il trono da cui Cristo regna e abbraccia il mondo intero con tutto l'amore di cui è capace l'unico vero Re. Ecco che allora il crocefisso, da segno di sconfitta che può significare per chi ha prettamente un concetto umano di Regalità, diventa l'unico segno di vittoria su tutti i poteri di questo mondo in quanto manifesta apertamente che a trionfare è l'AMORE. La potenza del Cristo crocifisso sta proprio in questo suo servire il mondo con amore, non come un qualsiasi potente che usa la forza per farsi obbedire dai propri sudditi, non come quei re che amano essere circondati da servitori e si sentono i padroni di questo mondo...ma con un'umiltà disarmante, con una docilità che si fa mitezza, con una volontà di farsi prossimo di ogni uomo e di ogni donna...il Cristo sulla croce è un Re che si è messo completamente al servizio di tutti i suoi sudditi amandoli fino alla fine. Ecco allora spiegate le parole di Gesù che dice:" Io, quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me". L'amore quando è autentico attira e il volto sofferente di Gesù sulla croce lo manifesta palesemente. Per questo il crocifisso è scomodo, per questo è meglio toglierlo di mezzo, per questo dà fastidio a tutti i poteri di questo mondo. Ma non sarà certo una sentenza umana ad impedire al Signore di continuare a proporsi per essere accolto come l'unico Re della vita, non saranno certo gruppi massonici ad impedire al Signore di portare a termine il Suo progetto di salvezza sull’umanità, anzi, ora più che mai, Gesù crocifisso si proporrà in modo ancora più profondo perché l'unico posto dove Egli vuole regnare è il cuore di ogni uomo. Tutti i regni di questo mondo, prima o poi finiscono...il regno di Dio non avrà mai fine...e noi cristiani siamo chiamati a costruire questo regno già qui su questa terra per contribuire alla sua piena realizzazione che avverrà solo quando Cristo ritornerà nella Sua gloria. Domenica Prossima è la prima d'Avvento, tempo forte dello Spirito durante il quale la Chiesa ci predispone ad accogliere nel nostro cuore il Signore Gesù che viene per noi, ma ci pone anche di fronte all’attesa della seconda venuta (la Parusia) dell'unico Re che regnerà per sempre sull'universo intero. E allora i falsi re saranno smascherati e sconfitti, e allora ci sarà solo un regno di pace, di giustizia e di amore. I potenti di questo mondo sono solo persone prepotenti che non riescono mai a stare in pace né con se stessi, né con Dio né con il prossimo, perché non amano. La proposta evangelica ci invita a scegliere la stessa via che ha scelto Gesù: quella dell’umiltà, del servizio e dell’amore. Questa è la vera pace, questa è la vera potenza che ci porterà a regnare insieme al Signore in eterno. Ma, come dice Gianandrea, è necessario far tornare il Signore ad abitare nelle nostre case, non come oggetto appeso alle pareti, ma come l’Unico che può farci sentire figli amati dal Padre celeste. Questa è la vera felicità e la vera libertà.


Buona settimana a tutti nel Signore!


Grazie all’amico Gianandrea

sabato 21 novembre 2009

Solennità di Cristo Re

"Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te?".

(Dal Vangelo secondo Giovanni 18,33-37)


In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».


Commento

Fine dell'anno liturgico: domenica scorsa siamo stati invitati a GUARDARE OLTRE, ai "cieli nuovi e terre nuove" che attendiamo e insieme siamo chiamati a realizzare. Oggi lo sguardo è puntato all'alfa e l'omega, al principio e fine di tutte le cose, Gesù Cristo, che adoriamo quale Re dell'Universo.

Gesù è il RE di questi cieli e terre nuove e qui in terra è venuto ad INAUGURARE il suo Regno (ovvero il Regno di Dio), ma è la prima volta nei Vangeli che si proclama e riconosce quale re, e non è un caso che lo faccia in un processo, davanti ad un governatore straniero, spogliato e umiliato e ormai consapevole che starà per essere ucciso come un comune malfattore. Non ci sono dunque più rischi di AMBIGUITA'.

"Il mio regno non è di questo mondo" e soprattutto non è COME quelli di questo mondo. Gesù è RE, ma in modo opposto rispetto ai re di questo mondo: anche qui c'è un ribaltamento radicale rispetto all'esperienza umana.

Gesù è un re:

- che si mette a SERVIZIO anzichè farsi servire e riverire;

- che DA' LA SUA VITA per i suoi "sudditi" (che chiama AMICI!), anzichè richiedere da loro la vita per essere difeso e onorato;

- che si contorna e privilegia POVERI ed emarginati anzichè contornarsi di nobili e cortigiane;

- che è POVERO, UMILE ed OBBEDIENTE a Dio, anzichè essere orgoglioso e superbo, ricco e desideroso di ostentare la sua ricchezza, potente a tal punto da spadroneggiare e comandare tutti.
La CROCE diventerà il suo TRONO, il luogo dove mostra il suo AMORE per noi in modo pieno e concreto (perchè "non c'è amore più grande di chi dà la vita per gli altri") e dove, col suo SANGUE ed ACQUA che scaturiscono dal suo costato trafitto, fa sorgere la Chiesa, primo nucleo (o nucleo centrale) del suo Regno.

Il suo Regno non è di questo mondo: non è paragonabile a nessun impero storico, anche se SI REALIZZA NELLA STORIA e la storia stessa ne risulta trasformata.

La costruzione di questo regno di Dio comincia in questo tempo, ad opera di quanti, BATTEZZATI e dunque resi RE (e profeti e sacerdoti) in Cristo, ne hanno accolto il messaggio e si sono messi al servizio del (e nel) mondo: ogni battezzato partecipa della stessa regalità di Cristo e dunque condivide e porta avanti la sua opera di liberazione e salvezza del mondo.

Il nostro Regno è un regno di Amore, pace, fraternità... E' questa la Costituzione che siamo chiamati a rispettare, e la prima legge, fondamento delle altre, è proprio quella dell'Amore: dobbiamo dunque amare tutti, in ogni circostanza, gratuitamente, cioè per primi, senza aspettarci nulla in cambio. Per questo non possiamo imporre le nostre idee, ma viverle in prima persona e testimoniarle in modo fiero, convincente e coerente. Se lasciamo che Cristo regni nella nostra anima, non saremo mai dei dominatori, ma servitori di tutti gli uomini.

Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se Gesù ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te? Io gli risponderei che per farlo regnare in me ho un grande bisogno della sua grazia: soltanto così anche il palpito più nascosto, il sospiro impercettibile, lo sguardo più insignificante e la parola più banale, perfino la sensazione più elementare, tutto potrà tradursi in un osanna a Cristo, il mio Re.

Dobbiamo essere SALE, LUCE, LIEVITO e come CONTADINI dobbiamo faticare, aver pazienza e sperare che il SEME seminato da Dio possa, col nostro tenace lavoro di zappatori ed estirpatori di erbacce, crescere e prender forma, accogliere come l'ombra di un grande albero.

 La TESTIMONIANZA della VERITA' fatta da Gesù davanti a Pilato e l'incontro fra Pilato, autorità civile, e Gesù, massima autorità religiosa-ecclesiale, diviene simbolo dell'incontro tra la Chiesa e il mondo: la Chiesa, come ha fatto il suo Capo, si lascia PROCESSARE, CONDANNARE, METTERE IN CROCE, ma fieramente, con coraggio e nella VERITA', quale testimone della verità.

Ma cos'è la VERITA'? chiederà Pilato nel seguito del processo, facendosi portavoce dell'attuale relativismo che ha rinunciato ad ogni principio ed idea guida.

La VERITA' di essere RE di un altro mondo (e in altro modo), la verità di un Regno che è stato inaugurato da Gesù, morto e risorto dal Padre che lo ha riconosciuto come re dell'universo. La verità di Dio che è amore e la verità di una vita totalmente spesa per amare, priva di falsità, di compromessi, di doppie intenzioni. Una verità che non è dunque un concetto astratto, ma una esperienza concreta di vita che siamo chiamati a portare avanti per vivere ed essere, a nostra volta, testimoni della verità, allo stesso modo di Gesù, Via, Verità e Vita di ogni cristiano.

Nel DIALOGO tra Gesù e Pilato, è Gesù che, con coraggio ed atteggiamento "regale", risponde e fa domande che rivelano la povera umanità di Pilato, la sua incapacità di comprendere, la sua mancanza di fede, ma anche il suo beffardo e insieme inquieto riconoscere in quel delinquente che gli è stato portato davanti, l'UOMO per eccellenza ("ecce homo") e il Re dei Giudei messo in Croce.

Alla fine l'unica decisione di Pilato (a dimostrazione di come spesso le AUTORITA' siano mosse da ben altri potenti ed interessi) sarà quello di apporre quella tavoletta che indica, in tre lingue, perchè sia da tutti compreso, "questi è il Re dei Giudei", Gesù Cristo, l'Amore fatto carne, crocifisso, donato a tutti come alimento, risorto come re che regni per i secoli dei secoli. Amen.

p.Stefano Liberti

Affidiamo le nostre preghiere, la nostra povera fede, la nostra speranza a "Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre. A lui la gloria e la potenza nei secoli. Amen" (Ap. 1,5-6).

lunedì 16 novembre 2009

Quando la poesia diventa preghiera


La Parola che abbiamo ascoltato questa domenica ci dice che la speranza del ritorno di Cristo deve illuminare il nostro tempo presente per poterlo vivere  nella gioia.  Ma questa speranza ci deve indurre anche a vigilare perché nessuno di noi sa quando il Signore ci chiamerà a sé. Facciamo in modo di farci trovare pronti. Meditiamo con i versi di Jacques Leclercq, un famoso sacerdote e teologo belga  della prima metà del '900.

VERRO' VERSO DI TE


Credo, sì io credo che un giorno, il tuo giorno, o mio Dio, avanzerò verso di te coi miei passi titubanti, con tutte le mie lacrime nel palmo della mano, e questo cuore meraviglioso che tu mi hai donato, questo cuore troppo grande per noi perché è fatto per te…

Un giorno io verrò, e tu leggerai sul mio viso tutto lo sconforto, tutte le lotte, tutti gli scacchi dei cammini della libertà. E vedrai tutto il mio peccato.

Ma io so, mio Dio, che non è grave il peccato, quando si è alla tua presenza. Poiché davanti a te è meraviglioso esser così poveri, perché si è tanto amati!

Un giorno, il tuo giorno, mio Dio, io verrò verso di te. E nella autentica esplosione della mia risurrezione, saprò allora che la tenerezza sei tu, che la mia libertà sei ancora tu.

Verrò verso di te, mio Dio, e tu mi donerai il tuo volto.

Verrò verso di te con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia.

Verrò verso di te, e griderò a piena voce tutta la verità della vita sulla terra. Ti griderò il mio grido che viene dal profondo dei secoli: “Padre! Ho tentato di essere un uomo, e sono tuo figlio”.


Jacques Leclercq

Ecoute, Seigneur, ma prière





domenica 15 novembre 2009

Il fine ultimo della Creazione


http://media01.vatiradio.va/podcast/00186789.MP3


In un mondo multicolore, variegato e un po' smarrito come il nostro contemporaneo, ciascuno vive cercando la verità e se non la trova cerca di costruirsene una sua propria. In parte queste verità individuali nascono dall'esperienza, in parte non sono verità, ma opinioni poco suffragate dalla realtà dei fatti. Alla base dell'essere umano ci sono delle verità che sono incontestabili anche se non se ne è coscienti e che vanno oltre l'esperienza e l'opinione. Ogni uomo per vivere, ha bisogno di acqua e cibo, di amore, di cultura, di un posto nella società, di pace e di giustizia., di dare un senso al suo vivere, lottare, costruire. Il senso della vita umana è fondamentale perché un essere fine a se stesso, nato per caso come "insieme di cellule" perde dignità e profondità. Tutti i grandi uomini e donne della storia del mondo hanno dimostrato che siamo ben più profondi e potenti della nostra vita biologica, fatta di cellule "aggregate per caso" (come qualcuno ci vuole far credere). La verità di ciascuno supera di gran lunga il proprio corpo e la vera gioia sta nel ritrovarsi e nel ritrovare il Principio che pone la vita. Le parole di Gesù non saranno mai vecchie e superate perché sono parole di verità e di giustizia. Giustizia che solo il Signore può fare e farà e sulla quale si riserva la parola definitiva. Provare per credere...

Letture: Dn 12, 1-3; Sal 15; Eb 10, 11-14.18;

Vangelo: Mc 13, 24-32

"In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre".


Commento

Il linguaggio usato da Gesù nel brano di questa domenica è per noi piuttosto inquietante. Sconvolgimenti cosmici, fine del mondo, il Figlio dell'uomo che viene sulle nubi... E nello stesso tempo facciamo fatica a prenderlo sul serio, ci chiediamo se sarà proprio così. Per la nostra mentalità scientifica, postmoderna, sempre più disincantata nei confronti di miti, fantasmi, ideologie, è troppo facile liquidare il tutto come linguaggio apocalittico tipico di quei tempi - più o meno una favola paurosa per intimorire le coscienze. Ma sia la lettura ingenua, sia la presa di posizione disincantata non consentono un ascolto autentico di ciò che il Signore oggi ci vuol comunicare con queste parole.

Il linguaggio apocalittico è il linguaggio della crisi. E' il linguaggio del limite. Tenta di dire ciò che sta al di fuori della comprensione dell'uomo, e che pure è necessario dire: la nostra morte, ovvero la nostra fine, e la fine del mondo, ovvero il suo compimento, la sua destinazione.

La fine del singolo e la fine del mondo

Sulla nostra morte la questione è relativamente chiara. Tutti sappiamo di dover morire. E' una strana certezza, su cui in genere evitiamo di soffermarci, e forse per il quieto vivere è meglio che sia così. La stranezza è che noi non possiamo conoscerla direttamente, eppure sappiamo che ci riguarda. Non sappiamo come, non possiamo sapere cos'è, eppure sappiamo che accadrà, e il senso che diamo alla nostra vita dipende dal senso che diamo alla nostra morte.

Sulla fine del mondo la cosa è meno chiara. Perché il mondo dovrebbe finire? L'analogia con la vita del singolo non sembra calzante. Milioni di uomini nascono e muoiono ogni giorno nel mondo, e il mondo rimane, più o meno sempre tale e quale. Perché dovrebbe avere una fine? Qui è la Parola di Dio che ci pungola alla riflessione. E lo fa appunto con il linguaggio apocalittico. L'unico che può esprimere ciò che sta ai limiti della comprensione. Vedremo che lo scopo non è spaventare, ma alimentare la speranza.

Rinnovamento

Le prime immagini che ci vengono presentante danno un quadro dello sconvolgimento cosmico: apparentemente si tratta di un ritorno al caos, di un annullamento della creazione; in realtà si vuole alludere ad una nuova creazione, ad un rinnovamento profondo. Anche al termine dell'Apocalisse, nella Nuova Gerusalemme, il sole scompare: perché non ce n'è bisogno. Dio stesso la illumina.

La seconda immagine è la venuta del Figlio dell'uomo sulle nubi (evidente citazione del libro del profeta Daniele). Si tratta di un personaggio che ha la stessa potenza e autorità di Dio. Il risultato della sua venuta è la "riunione" degli eletti. E' un tema che ha un'ampia risonanza nell'Antico Testamento, in cui Gerusalemme sperimenta la vergogna della divisione e della dispersione, e vive nell'attesa del ritorno, del ritrovare tutti i figli dispersi. Solo che qui i dispersi non sono solo gli Israeliti, ma non si fa distinzione di razze e di popoli.

L'ultima immagine è quella del fico, la pianta che per gli Israeliti segnava il passaggio di stagione, l'estate ormai imminente. Gesù ci invita a imparare dal fico, a cogliere i segnali della storia nel presente: è per la nostra generazione che è scritto questo Vangelo.

Riscoprire la speranza

Al di là del fondo pauroso che noi stessi illusoriamente ci creiamo, la Parola di questa domenica appare un invito alla speranza. Una nuova creazione si sta preparando. E' Cristo stesso che viene per riunirci. E non viene alla cieca, ma ci mostra i segni della sua venuta, se sappiamo riconoscerli. E' un quadro incoraggiante, che non deve spaventare. Sorretti da questa speranza i primi cristiani affrontarono persecuzioni, fatiche, percosse, torture... mantenendo ferma la loro speranza, la loro certezza che è Dio il signore della storia. Solo per noi questo messaggio rischia di diventare pauroso. Forse perché stiamo troppo bene, troppo rilassati, abituati a scelte di comodo? Forse perché abbiamo perso lo slancio, l'entusiasmo della fede?
Fonte: Qumran (Fulvio Bertellini)




venerdì 13 novembre 2009

Gli alieni esistono, ora ci crede anche il Vaticano.

Gli astronomi della Santa Sede puntano i telescopi verso le stelle:” Cerchiamo prove della vita nello spazio”

La Chiesa non ha paura degli extraterrestri.

Il Teologo Monsignor Sequeri: la fede in Cristo comprende l’esistenza di altre creature.

Intervista di Giorgio Acquaviva da “il Resto del Carlino”

La Chiesa non ha paura di E.T.

L’eventuale scoperta di vita intelligente fuori dal nostro paese non sarebbe in contraddizione con la fede cristiana. Le uniche “pregiudiziali” sono la creazione e l’unicità del Redentore, dice mons. Pierangelo Sequeri, vicepresidente della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.

Perché il Vaticano, e la chiesa, si interessano a temi che sanno di fantascienza?

“Direi, per un sano empirismo. Le verifiche sulle realtà di fatto, le forze, gli eventi, valgono ovviamente anche per l’universo. Altra cosa sono i principi, le verità, i fondamenti su Dio che hanno una portata generale e riguardano il senso complessivo della Creazione. E’ il discorso della sintesi tra ragione e fede: la conoscenza della realtà non è dalla Chiesa concepita come alternativa alla fede”.

Quindi l’eventuale scoperta di vita intelligente fuori dalla terra non preoccupa la Chiesa?

“No. E lo dico guardando anche alla tradizione. Basti pensare alla condanna che San Tommaso d’Aquino si prese dal Vescovo di Parigi, Etienne Tempier, il quale gli rimproverava la concezione dell’unicità dell’universo. Ma dentro quell’universo creato ci stava “tutto”, ci stavano infiniti mondi. Tempier invece temeva che in quella maniera si limitasse la potenza creatrice di Dio. Due mondi, quindi, per estendere la creazione oltre i confini della nostra terra”.

La vita intelligente sulla terra, per la Chiesa passa per il peccato originale, l’Incarnazione e la salvezza…E gli ET?

“se parliamo di creature intelligenti, e quindi di dinamica della libertà, è pensabile un tipo di dialettica con Dio creatore, magari in forme diverse dalla nostra. Dopotutto anche la storia degli angeli, come è narrata dalla tradizione, ha visto la “caduta” degli angeli ribelli, una storia di contraddizione, di colpa, di separazione dal creatore. Dove c’è libertà, c’è la possibilità della scelta. Certo, l’Incarnazione ha riguardato la creatura uomo su questa terra. Come dice il salmista: cos’è l’uomo perché te ne curi…eppure l’hai fatto poco meno degli angeli. Ma questo non basta”.

Perché?

“Perché insieme con l’unicità della incarnazione umana del Figlio, rimarrebbe unico il valore della sua redenzione dal male per tutto l’universo creato. In ciò sta la convinzione, per la fede, della centralità di Cristo, per ogni vita possibile. In altri termini, il cristocentrismo della nostra fede non esclude altre creature, esclude un altro Redentore”.

Le virtù

Continuano le catechesi sulle VIRTU'.

Oggi, ci interessiamo dell'ultima virtù cardinale: La Temperanza

Che cosa significa "temperanza"?

Quando ero bambino mi chiedevo spesso, sentendo usare la parola "temperanza", che cosa volesse dire, e dal momento che per me (come per tutti i bambini, penso) era molto difficile temperare le matite senza rompere la punta, avevo finito col pensare quel sostantivo come la capacità di temperare bene le matite.
In questi giorni, sfogliando i vocabolari mi sono accorto che la mia idea di bambino non era tanto sciocca, perché in realtà "temperare" significa disporre bene qualcosa per il suo uso: temperare una matita è disporla in tutte le sue parti così da poterla usare bene. Più in generale, vuol dire combinare nel modo giusto le parti in un tutto che sia armonico e utile: per esempio, temperare i colori prima di mettersi a dipingere un quadro. "Tempera" o "tempra" è quel trattamento termico a cui si sottopongono le leghe metalliche o i cristalli, affinché abbiano una resistenza maggiore. "Temperamento" è la mescolanza delle doti di un individuo; si parla infatti di buono o di cattivo "temperamento". Il clima "temperato" è proprio delle regioni nelle quali il freddo e il caldo si accordano tra loro. Da qui comprendiamo il senso tecnico, laico, generale del termine "temperanza" , che è appunto la capacità di soddisfare con equilibrio e moderazione i propri istinti e desideri. Alla temperanza sono allora collegate molte altre virtù più facili da capire: dominio di sé, ordine e misura, armonia, equilibrio, autocontrollo; tutti atteggiamenti assai importanti.

Qual è la fonte della temperanza?

Affrontare il tema della temperanza dal punto di vista della tradizione cristiana, significa che il nostro discorso sull'etica diventa un discorso ascetico, spirituale, cioè un discorso sul cammino dell'uomo che, vincendo se stesso, va verso l'imitazione di Gesù, verso la somiglianza con Dio. Ci sono anche dei passi biblici che, nel contesto del dominio delle proprie passioni, parlano dell'imitazione di Cristo, della necessità di seguire lo Spirito che è in Gesù.

* Per esempio, san Paolo raccomanda ai Galati: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito" (Gai 5, 24-25).

* Oppure: "Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno; non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri" (Rm 13, 12-14).

Dunque la temperanza è imitazione di Cristo, perché Gesù è modello di equilibrio, di dominio di sé: tutta la sua vita è ben regolata, come pure la sua passione e la sua morte. Gesù è temperante nello slancio, nella vivacità, nell'entusiasmo, nella creatività, nell'amore a tutte le creature; Gesù ama le persone, parla con amore degli animali, dei fiori, del cielo. In lui c'è quell'armonia che tiene insieme i desideri, gli istinti, le emozioni per farne un organismo ben unificato.
Anche nella vita dei Santi contempliamo questo splendore della temperanza: basta pensare a Francesco d'Assisi e alla sua passionalità santa, sempre regolata, al suo amore per tutte le creature, alla sua capacità di gioire.
Gesù e i santi ci testimoniano che temperanza non è sinonimo di freddezza, di rigidità, di insensibilità - come talora si pensa -, bensì è sinonimo di armonia, di ordine e perciò di creatività e di gioia.

Dove si esercita la temperanza?

Dopo aver visto qual è il significato del vocabolo "temperanza" e aver capito che questa virtù ha la sua fonte anzitutto nell'imitazione di Gesù, cerchiamo di rispondere alla domanda: Dove si esercita la temperanza? "La temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà" (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1809).
La temperanza si esercita quindi nelle realtà sopra menzionate: i beni creati, gli istinti, i piaceri, i desideri.

Mi sembra utile sottolineare cinque grandi aspetti o ambiti dell'esistenza in cui dobbiamo vivere la temperanza.

1. Temperanza come moderazione nel mangiare e nel bere. In questo caso, essa ha a che fare con l'astinenza, con il digiuno anche, con la cura della salute, con la dieta quando la si segue non per motivi di bellezza o di linea, bensì per mantenere sano il fisico. La temperanza si oppone evidentemente agli eccessi dell'alcool e della droga. Abbiamo visto che, nel brano della Lettera ai Romani, Paolo sottolinea la moderazione nel cibo e nelle bevande raccomandando di evitare gozzoviglie e ubriachezze.

2. Temperanza come controllo degli istinti sessuali. Sempre nella Lettera ai Romani, Paolo esorta a vivere "non tra impurità e licenze". È il discorso della castità, della custodia dei sensi, degli occhi, della fantasia e dei gesti; del buon uso della televisione, dell'attenzione alle letture, ai giornali, ecc.
All'opposto di tale temperanza stanno tutti i disordini sessuali, fino alle perversioni che causano poi i delitti.

3. Temperanza come equilibrio nell'uso dei beni materiali, in particolare del denaro. "Coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tim 6, 9-10).
È tutto il tema dell'avarizia, della corruzione amministrativa e politica, che nasce dall'avidità personale o di gruppo. Ne abbiamo parlato a proposito della virtù della giustizia, ma ritorna adesso perché è la temperanza a stroncare le radici di quell'avidità che crea ingiustizia.
Sotto questo terzo aspetto, la temperanza riguarda anche il lusso, le spese sfrenate nel vestire, nella casa, nelle seconde e terze case, nei divertimenti; essa aiuta infatti a raggiungere la moderazione che conviene alla situazione di ciascuno e che non è eccedenza, ostentazione, sperpero.

4. La temperanza come giusto mezzo nella ricerca di onore e di successo. "Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo" (1Gv 2, 16).
In questo senso, la temperanza è collegata con l'umiltà, la modestia, la semplicità del comportamento; ed è contraria all'arroganza, alla supponenza, al gusto sfrenato del potere.

5. L'ultimo aspetto è quello della temperanza come dominio dell'irascibilità. La temperanza ci aiuta (meglio: ci insegna) a dominare nervosismi, irritazioni, scatti d'ira, piccole e grandi vendette, magari anche nell'ambito della famiglia, dell'amicizia.
È la virtù che mantiene la persona in quell'equilibrio forte che è necessario per reagire bene al male, per rimproverare bene o ben punire quando occorre. Se invece manca il dominio dell'istinto dell'irascibilità, si rischia pure in famiglia di lasciarsi andare alle contese, alle impazienze gravi, ai dispetti o, al contrario, di lasciar fare tutto senza mai intervenire.
La temperanza è la via di mezzo, è il saper contemperare giuste esigenze di serietà e di severità con atteggiamenti di comprensione e di perdono.

Perché è importante la temperanza?

I cinque atteggiamenti che ho sottolineato permettono di comprendere come la temperanza tocchi tutta la vita quotidiana, e la tocchi per renderla serena e capace di vero godimento. Ad esempio, il dominio di sé indotto e promosso dalla temperanza è sorgente di autentico godimento anche sensibile, di piccole gioie e soddisfazioni della vita. Mentre la sfrenatezza, l'intemperanza, il gusto di tutto vedere, di tutto sapere, è fonte di rigidità, di nervosismo e genera un'ottusità dei sensi che arriva poi alla noia togliendo la serenità e la pace.

Allora, la temperanza è importante perché rende la vita bella e armonica. Passando alla ragione contraria: la vigilanza su di sé è importante perché gli istinti, lasciati a se stessi, diventano distruttivi.
La Lettera di Paolo a Timoteo, sopra citata, parla di "rovina e perdizione" provocate dalle "bramosie insensate e funeste" e del fatto che ci si tormenta con molti dolori quando si cede il campo a tali bramosie. La ragione filosofica sta nel fatto che, a differenza degli animali che si autoregolano con precisione a motivo degli istinti, l'uomo deve imparare a regolare i suoi istinti con la ragione e la volontà. "Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando la passione del tuo cuore" (Sir 5, 2), non fidarti della forza travolgente del tuo istinto. Se parlassimo agli animali, potremmo dire tranquillamente: segui il tuo istinto. Ma l'uomo deve ricavare il suo comportamento dalla ragione, dalla riflessione, dalla ragione illuminata dalla fede.
L'impegno per agire così è chiamato anche ascesi, esercizio, allenamento: si tratta di un'autoeducazione della volontà, che parte dall'intelligenza e dalla ragionevolezza. E tutti sappiamo che è molto importante allenarci con sacrifici al dominio di sé, alle piccole rinunce. Là dove i ragazzi non vengono aiutati a rinunciare a qualche cosa, ma si concede loro tutto, non saranno mai allenati, educati al dominio di sé. Bisogna dunque imparare a compiere volentieri piccoli e spontanei sacrifici, perché questa è la grande lezione tradizionale della temperanza cristiana.

Comunicare la Parola

Vi suggerisco, infine, quattro domande per stimolarvi a riflettere ulteriormente sulla virtù della temperanza.

1. "Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera" (1Pt 4,7). Partendo dall'esortazione di Pietro potreste chiedervi: qual è il rapporto tra temperanza e preghiera? Perché la temperanza aiuta la preghiera e l'intemperanza, la sfrenatezza, la golosità, la curiosità, la morbosità uccidono la preghiera? Spesso affermiamo di non saper pregare, ma dovremmo andare alle radici, cioè frenare anzitutto le passioni e gli istinti anche nelle piccole cose.

2. Come si pensa e si parla oggi della virtù della temperanza, sia in se stessa che nei cinque ambiti che ho indicato? Che cosa pensa la gente, come la valuta, che ne dice? Proviamo a fare un'indagine e magari ci riconosceremo nei giudizi troppo faciloni della gente.

3. Quali danni vengono - nella vita personale, nelle famiglie, nella società - dalla mancanza di dominio di sé nei cinque ambiti su cui ci siamo fermati?

4. Come educarci ed educare - in famiglia, in Oratorio, in parrocchia al dominio di sé? Come non dimenticare questa virtù così dimenticata?

Fonte: "Le Virtù" di Carlo Maria Martini

mercoledì 11 novembre 2009

Il valore del Crocifisso


"Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme:
Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca,
oltraggiato non rispondeva con oltraggi,
e soffrendo non minacciava vendetta,
ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti."  (1Pt. 2,21-25)

La polemica di questi tempi sul crocifisso nelle scuole o nei luoghi pubblici ci sollecita ad una riflessione e ad una constatazione: di fatto noi adesso abbiamo fatto il "callo" all'idea della croce!
"Facilmente" teniamo un crocifisso in casa oppure in un luogo pubblico e magari non sappiamo il perché.
E' tipico del nostro vivere in una cultura tecnicizzata l'aver perso il valore dei simboli.
La pubblicità, figlia del calvinismo meritocratico che trova il suo epilogo nel capitalismo, ha un bel da fare nel togliere valore al simbolo... calpestandolo, annacquandolo, diluendolo... l'importante è la vendibilità del prodotto.
Il simbolo, da porta per la trascendenza e verità per il sé, è diventato meccanismo dell'usabilità e della vendibilità.
In realtà questo modo di fare è un pallido e strumentale tentativo di rimozione e gli psicologi junghiani sanno bene che il simbolo se viene "degradato" produce nevrosi e dissociazione di sé.
Infatti i simboli non possono essere distrutti né reinterpretati ma solo temporaneamente "camuffati".
Essi, presenti nel nostro inconscio profondo sia personale che collettivo, se "snaturati" della trascendenza, producono nevrosi, dissociazione, immaturità e dunque controllabilità della persona.
In fin dei conti è questa la vera battaglia di chi cerca il controllo: distrarre dai simboli, riempire di bisogni fittizi e cercare di relativizzare il senso morale.
Questa metodologia è però noiosamente ripetitiva in ogni forma ideologica dal nazismo al comunismo, al capitalismo fuori controllo, dal liberalismo massonico all'utopia anarchica.
Ogni "grande fratello" non cerca che questo: togliere la potenza del simbolo!
Bisogna dire che in tanti ci hanno provato a desacralizzare il crocifisso e a snaturare il suo valore simbolico.
I primi uomini furono proprio gli apostoli che fuggirono dall'idea di un Dio che muore e per giunta muore da sconfitto. La sofferenza era vista come una maledizione di Dio per i Giudei e così viene vista in ogni forma teista e monoteista che non entra nel mistero.
Quando gli apostoli si arresero alla sovrabbondanza dell'Amore di Cristo e si tuffarono ragionevolmente al mistero, capirono e fecero l'esperienza del Risorto.
Ma prima degli apostoli fu satana nelle tentazioni del deserto ad avversare la morte in croce e la sofferenza. La cosa curiosa è che dietro tanti teatrini storici attorno alla croce e al crocifisso non ci si accorge che non c'è solo la regia umana e l'ignoranza ideologica e irragiovenole (mascherata da lotta per la libertà) ma anche la regia di colui che cerca di distogliere l'uomo dalla potenza del simbolo, dalla potenza inerme del crocifisso. satana vuole negare, rimuovere, come può, quel fatto unico ed eterno che gli ricorda che ha perso. Che la potenza d'Amore inerme del crocifisso lo ha spogliato del suo regno di terrore e schiavitù.
Per satana infatti quello è il segno che ha perso definitivamente la sua battaglia non solo contro Dio ma anche contro l'uomo... l'unica cosa che può fare è stordire l'uomo dalla potenza dei simboli e del simbolo per eccellenza dell'Amore di Dio per noi.
E bisogna dire che ci riesce bene se fa apparire il crocifisso esclusivamente come una questione politica o culturale o nazionalistica.
Che tristezza definire il Cristianesimo un fatto culturale e non l'esperienza di una compagnia dirompente fatta vita.
Se Benedetto Croce diceva, da storico e da filosofo, che non possiamo non dirci cristiani.. è venuto il momento, ed è questo, di chiederci se noi cristiani possiamo veramente chiamarci così; se viviamo nella corrente di una tradizione formale oppure di un'esperienza quotidiana che si fa sostanza.
La fede non è abitudine ma è ascolto e lotta... è conversione continua. Allora si che esiste cultura perché la fede, quando è vera, è aderenza al reale a 360 gradi con e nella presenza di Cristo che è vivo!
Siamo innanzitutto noi cristiani che abbiamo "cosificato" il crocifisso ed il suo valore simbolico dimenticandoci la potenza della Sua dignità, della nostra e di quella di ogni uomo.
Il crocifisso non è un vessillo tra i tanti. Il crocifisso è il "segno" che ci è stato dato... è Dio che sta a braccia aperte ad accogliere ogni uomo, ogni sua sofferenza, ogni sua gioia e trasfigurarla nell'amore consumato fino alla fine verso la gioia della Resurrezione.

Il crocifisso non è proprietà di noi cristiani
siamo noi cristiani che abbiamo scelto di appartenergli.
Siamo noi che gli apparteniamo.
Egli ci ha "comprati" a carissimo prezzo.

Non puoi usare Dio; lo puoi rinnegare, lo puoi bestemmiare,
lo puoi negare ma Egli è sempre la disarmato e nudo perché anche tu lo sia con Lui.
Il crocifisso è la verità della storia perché tu ri-torni (shuv in ebraico) dentro di te e ascolti;
perché smetti di essere distratto e ascolti.
Trasformando la collera in misericordia, le tenebre e la nebbia in Luce.
Il crocifisso è inoltre memoria che Cristo non è morto, ma è vivo, anzi è il vivente!
La croce non è l'episodio della sconfitta isolata di un Dio inerme e amante ma il segno e testamento perenne del Suo amore per noi, fino alla fine.
Il crocifisso è già il risorto, perché nel limite dell'uomo-Dio c'è già tutta la potenza dell'Amore e della trasfigurazione.
Perché nella debolezza di Dio ci sei tu e tu sei già risorto con Lui; devi solo dire sì.. e fidarti!
Non domani, non fra qualche giorno, ma ora! Adesso!
Davanti al crocifisso le persone colte non sono avvantaggiate di fronte ai "poveracci"; di fronte alla croce non reggono i ragionamenti o i tentativi di capire bene: devi alla fine passare per questa strettoia della fede.
Devi abbandonare la logica strutturata dalle tue paure e dalle tue difese per arrivare in un punto buio carico di speranza.
Prossimamente, alla fine dell'anno liturgico, festeggeremo la festa di Cristo Re che conclude l'anno liturgico.
Questa è la regalità di Dio, la Sua onnipotenza nel crocifisso; morto e risorto per te!
Cristo è Re perché tu lo sia nella tua vita, da protagonista attento della storia senza distrazioni di chiacchiere, piccole questioni, invidie, gelosie, ideologie, gossip e "mendicamenti di stima".
Dio è attento a te nel Crocifisso perché tu sia attento al tuo fratello in Lui e a Lui nel tuo fratello.
Egli ti dice: «Non lascerò che il mio santo veda la corruzione!»
Il santo di Dio, in Cristo, sei tu... lo sapevi?
Te lo ricordavi? Ne fai oggetto di perenne memoria?
Di quotidiana passione e di costante sguardo?

Fonte: http://www.zammerumaskil.com/catechesi/apologetica/il-valore-del-crocifisso.html