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domenica 25 settembre 2011

Vangelo domenica 25 settembre 2011




Mt 21,28-32

Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. + Dal Vangelo secondo Matteo.

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Parola del Signore



Omelia (25-09-2011)) padre Ermes Ronchi

 Gesù ha sempre fiducia in ogni uomo

Un uomo aveva due figli...
In quei due figli è rappresentato ognuno di noi, con in sé un cuore diviso, un cuore che dice «sì» e uno che dice «no», che dice e poi si contraddice: infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,15.19 ).
Il primo figlio che dice «no», è un ribelle; il secondo che dice «sì» e non fa', è un servile. Non si illude Gesù. Conosce bene come siamo fatti: non esiste un terzo figlio ideale, che vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare. I due fratelli, pur così diversi, hanno qualcosa in comune: la stessa idea del padre come di un estraneo che impartisce ordini; la stessa idea della vigna come di una cosa che non li riguarda.
Qualcosa però viene a disarmare il rifiuto del figlio che ha detto no: «si pentì». Pentirsi significa «cambiare mentalità, cambiare il modo di vedere», di vedere il padre e la vigna. Il padre non è più un padrone da obbedire o da ingannare, ma il capo famiglia che mi chiama in una vigna che è anche mia, per una vendemmia abbondante, per un vino di festa per tutta la casa. E la fatica diventa piena di speranza.
Chi dei due ha fatto la volontà del padre? Questa volontà del padre, da capire bene, è forse di essere obbedito? No, è ben di più: avere figli che collaborino, come parte viva, alla gioia della casa, alla fecondità della terra.
La morale evangelica non è prima di tutto la morale dell'obbedienza, ma dei frutti buoni: «dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7, 16). Frutti di bontà, libertà, gioia, amicizia, limpido cuore, perdono.
L'alternativa di fondo è tra un'esistenza sterile e una che invece trasforma una porzione di deserto in vigna, e la propria famiglia in un frammento del sogno di Dio. Anche se nessuno se ne accorge, anche lavando in silenzio i piedi di coloro che ci sono affidati, nel segreto della propria casa. Se agisci così fai vivere te stesso, dice il profeta Ezechiele nella prima lettura, sei tu il primo che ne riceve vantaggio.
Gesù prosegue con una delle sue parole più dure e consolanti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Dura la frase, perché si rivolge a noi che a parole diciamo «sì», ci diciamo credenti, ma siamo sterili di opere buone. Cristiani di facciata o di sostanza?
Ma consolante, perché in Dio non c'è ombra di condanna, solo la promessa di una vita rinnovata per tutti. Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo; ha fiducia nelle prostitute e ha fiducia in noi, nonostante i nostri errori e i nostri ritardi. Crede in noi, sempre! Allora posso cominciare la mia conversione. Dio non è un dovere: è amore e libertà. E un sogno di grappoli saporosi per il futuro del mondo.

sabato 20 agosto 2011

XXI Domenica tempo ordinario



Vangelo secondo Matteo (16,13-20)
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Commento
La liturgia domenicale ha presentato già questo brano ma, mentre precedentemente l’accento era posto sulla incapacità di Pietro di comprendere un Messia sconfitto, in questa giornata domenicale si mostra la capacità di Pietro di vedere in Gesù l’inviato da Dio e di professare la sua fede di fronte al mondo. Tutto questo viene da Dio, e la fede del discepolo, la sua accoglienza della chiamata e della vocazione divina, la sua professione di fede colgono esattamente nel segno di ciò che Gesù vuole per la sua chiesa. Tutti questi, infatti, possono essere visti come i fondamenti della missione petrina, l’incarico rivoltogli di fondare e proteggere la Chiesa del Signore. E’ altrettanto chiaro che questo incarico, rivolto a Pietro in modo particolare ed unico, non si esaurisce nell' episcopato, ma si rivolge ad ogni cristiano; a tutti ed a ciascuno viene richiesto ciò che Pietro manifesta in questo brano.
.Il mandato di Pietro e la conseguente istituzione della chiesa è ciò che la nostra società contemporanea ha maggiormente contestato; in molti sorge l’esigenza di rivolgersi a Dio senza internmediari, senza collegamenti privilegiati e sanza incaricati specifici. Eppure il testo è chiaro (ripreso anche in Gv 20): agli apostoli ed ai loro successori viene conferito un compito speciale e particolare che può essere visto anche come un insegnamento per ciascuno di noi. A nessuno infatti è consentito rivolgersi a Dio senza l’aiuto dei fratelli, senza l’approvazione e il beneplacito della comunità; nessuno si salva da solo, nemmeno con Dio solo. Il Signore ha voluto che la comnità svolgesse questo ruolo salvifico, più vicno, più prossimo. Ancora una volta dono e responsabilità; ancora una volta Dio ed i fratelli inscindibilmente uniti.Con la Grazia di Dio non dobbiamo salvare noi stessi; dobbiamo salvare il mondo!



domenica 24 luglio 2011

XVII domenica del tempo ordinario - ciclo A


VANGELO (Mt 13,44-52)
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Parola del Signore.


OMELIA
San Tommaso d'Aquino, il grande teologo del Medioevo, utilizza un'immagine: noi uomini siamo come una freccia già in piena corsa. Un altro ha preso la mira e ha tirato. Non spetta più a noi cercare un obiettivo: è già stabilito. E dove va questa freccia di cui il Creatore ha stabilito l'obiettivo? Ecco la risposta: la freccia corre verso il bene, e dunque verso la felicità. Dio, e la felicità di essere presso di lui, corrispondono alla più profonda aspirazione dell'uomo. Qui non vi è nulla di imposto, nessun compito da fare come penso, nessun passaggio a gincana, non dobbiamo stringere i denti. Come il ruscello scorre naturalmente verso il mare, così l'uomo è in cammino verso Dio. Questo insegnamento sugli uomini si trova nella parabola di Gesù che ci presenta il Vangelo. È riassunto in sette righe di una semplicità geniale. Il Regno dei cieli è proprio ciò che si cerca nel profondo del cuore. È come un tesoro di cui si scopre l'esistenza. È come una perla, la perla delle perle che il mercante ha cercato per tutta la sua vita. Se il mercante raggiunge il suo obiettivo, non è grazie alla sua tenacia, ma perché ciò gli è concesso in dono. Tuttavia il regno dei cieli non ci è tirato in testa. Bisogna impegnarsi personalmente, essere pronti anche a sacrificare tutto. Ma non per una cosa estranea. È ciò che abbiamo di più personale, e al tempo stesso un dono. E bisogna saper cogliere questo dono; bisogna essere pronti. Quando si raggiunge l'obiettivo, non bisogna crollare come dopo un eccesso di sforzo, ma esultare di indescrivibile gioia.
Il segreto del cristianesimo può essere espresso in un'immagine di sette righe. Ce ne vogliono un po' di più ai predicatori! Quanto a ciascuno di noi, ci vuole tutta una vita per capirlo.


MEDITAZIONE
Bisogna che voi amiate Dio con sapienza, e per ciò bisogna che siate sapienti. Sarete sapienti se sarete poveri e senza desiderio delle cose del mondo, se vi disprezzerete per amore di Cristo e se metterete al suo servizio tutta la vostra intelligenza e tutte le vostre forze. Alcuni sembrano sapienti e non sono che folli, poiché dissipano tutta la loro sapienza nella cupidigia e nelle preoccupazioni del mondo. Se vedeste un uomo che possiede pietre preziose in quantità sufficiente ad acquistare un regno, e che le scambia per una mela come farebbe un bambino, direste, a ragione, che non è un sapiente ma un folle. Ora, noi possiamo, se lo vogliamo, acquistare le pietre preziose della penitenza, della povertà e del lavoro spirituale, e, per mezzo di esse, il regno dei cieli. Se infatti voi amate la povertà, se disprezzate le ricchezze e le delizie del mondo, se vi considerate poveri e miserabili, otterrete attraverso questa povertà una ricchezza infinita. E così, se vi dispiacete per i vostri peccati, se siete tristi di vedere il vostro esilio prolungarsi e se rinunciate a tutte le consolazioni di questa vita, al posto di questa tristezza riceverete le gioie del cielo.
RICHARD ROLLE

Fonte

sabato 9 luglio 2011

Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario -Ciclo A




Sacra Scrittura
I Lettura: Is 55,10-11;
Salmo: Sal 64;
II Lettura: Rm 8, 18-23;
Vangelo: Mt 13, 1-23

VANGELO (Mt 13,1-23)
Il seminatore uscì a seminare.
+ Dal Vangelo secondo Matteo

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:“Udrete, sì, ma non comprenderete,guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Parola del Signore.


 Traccia di P. Octavio Ortiz L. C.

Nesso tra le letture
La liturgia di questa domenica si muove come un pendolo tra due verità importanti. Da una parte, si sottolinea l’efficacia della Parola di Dio. Tutto quello che Dio dice è vero e troverà il suo compimento al momento opportuno. Essa, la Parola di Dio, discende dal cielo come pioggia che bagna e feconda la terra (prima lettura). Dall’altra, appare evidente la necessità che il terreno sia ben preparato ad accogliere il seme e produrre frutto. Benché il seminatore semini a spaglio e con autentica generosità, e nonostante il seme abbia una propria virtualità, è necessario che la terra sia preparata e ben disposta (Vangelo). Il tema è di grande interesse: si tratta della collaborazione tra la grazia di Dio e l’apporto della libertà umana. Una comprensione esatta e profonda della liturgia di oggi, conduce senza dubbio ad una vita cristiana più autentica e più impegnata, fondata sull’efficacia della Parola di Dio, ma al contempo responsabile dei doni ricevuti e della necessità di produrre frutto. Da parte sua, il testo della lettera ai romani ci mostra che la creazione intera è in attesa della piena manifestazione dei figli di Dio. Ci troviamo in una situazione paradossale: l’uomo è stato già salvato e redento dall’opera di Cristo, ma gli resta ancora di intraprendere il suo peregrinare per la terra, verso il possesso pieno di Dio. "Già, ma non ancora". L’immagine di un parto che provoca simultaneamente gioia e dolore, esprime adeguatamente la situazione del cristiano: possiede le primizie dello spirito, ma geme fino ad arrivare alla redenzione del suo corpo (seconda lettura).

Messaggio dottrinale
1. La Parola di Dio è efficace
La Parola di Dio rivela, ma contemporaneamente opera quello che rivela. Essa è vera ed è efficace. Questa seconda caratteristica è quella che appare più chiaramente nel testo di Isaia che oggi consideriamo. L’immagine, presa della vita del campo, è particolarmente suggestiva e penetrante: la pioggia e la neve cadono dal cielo, ma prima di tornarvi nuovamente, fecondano la terra e producono frutto abbondante. Allo stesso modo la Parola di Dio discende dal cielo, ma non vi ritorna senza portare frutto. Questa affermazione è di grande consolazione per chi ha in somma stima la Parola di Dio e la medita "giorno e notte". Possiamo affermare che tutta la Bibbia è attraversata da questa verità. Su di essa si fonda la speranza del popolo, soprattutto nei momenti di maggior angoscia e avversità, perché la Parola di Dio non può rimanere incompiuta. Il testo di Isaia si inquadra nel periodo della dura prova dell’esilio, di fronte alla quale Israele medita la promessa del Signore: Dio ha promesso la liberazione dall’esilio come un nuovo esodo; non si può dubitare che questo avverrà, perché Dio compie ciò che promette. La sua parola non è vana, ma efficace. Questa Parola possiede, inoltre, una dimensione creativa. Produce una nuova realtà che prima non esisteva, e che fa nuove tutte le cose.
Il salmo 32 spiega questa verità:
"Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
[...] perché egli parla e tutto è fatto,
comanda e tutto esiste".
Sal. 32, 6,9.
Così la Parola di Dio è creatrice. Creatrice della storia, specialmente della storia dela salvezza. In ogni istante ha il potere di creare, di dare la vita, di offrire la salvezza. In realtà questa Parola di Dio è il suo piano salvifico, è l’espressione del suo amore che si è realizzato nella sua alleanza con Abramo (la promessa di una discendenza numerosa – e la promessa della terra), con Mosè (l’Alleanza sinaítica costituisce il popolo e dimostra la vicinanza del Signore). Questa alleanza trova la sua massima espressione in Gesù Cristo, la Verbo di Dio fatto carne. Egli ci manifesta l’amore del Padre e ci manda il suo Spirito per portare a compimento il piano di salvezza nel suo corpo che è la Chiesa.
2. Il seminatore e la speranza
L’esperienza umana ci dimostra che, con la semina, nasce la speranza del seminatore. La semina ha la sua origine e la sua radice nella speranza, perché nessuno seminerebbe se non nutrisse la fiducia di raccogliere frutto un giorno; ma allo stesso tempo, la semina alimenta la speranza. Quando il seminatore si mette a lavorare alla preparazione della terra e allo spargimento del seme, il suo spirito si riempie di speranza e di gioia, vedendo realizzata nel futuro la promessa del suo lavoro. In questo modo, il seminatore fissa il suo sguardo non tanto sul lavoro presente, pieno di fatica e di sudore, bensì sul futuro che promette un prezioso raccolto.
La fecondità di cui ci parla la parabola del Signore è simbolica. In realtà, nel suolo della Palestina la fertilità della terra dà, al massimo, il dieci per uno. Quindi, parlare del trenta, sessanta e cento per uno, suppone una fertilità che supera di molto le possibilità della terra stessa, e assume piuttosto un carattere simbolico. Dunque, il seminatore lancia il suo seme a spaglio, e sa che parte del suo seme si perde, cade in terra infertile, resta al margine della strada, o lo mangiano gli uccelli, o cade tra pietre e spine... Tuttavia, non per questo smette di seminare; ben al contrario, quanto maggiore possa essere il rischio che il terreno non produca secondo le aspettative, tanto maggiore sarà l’impegno a seminare con la più ampia generosità. Cattivo seminatore sarebbe colui che conservasse il seme nel sacco per paura che si perda tra i pericoli. Deve affrontare con pienezza di coraggio i rischi del terreno e deve continuare a seminare, perché solamente con una semina generosa potrà aspettarsi un raccolto rigoglioso.
Il dato splendido della parabola è che nonostante che il terreno sia irregolare e non offra eccessive garanzie, il seminatore lancia comunque il suo seme e, alcuni mesi più tardi, il seme incomincia a produrre il suo frutto, dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento per uno. Questo conferma che il seminatore aveva ragione a seminare con generosità e gran sacrificio. È stato saggio a non risparmiare sforzo alcuno e a sfruttare con intelligenza il tempo disponibile. Un seminatore che, prevedendo che parte del suo seme rimarrà fuori della strada, rinunciasse a seminare ed a tentare nuove strade, si comporterebbe da insensato. Manifesterebbe scarsa fiducia nella capacità del seme di vincere gli ostacoli e crescere, perfino in quei posti dove la terra non assicura neppure il trenta per uno. In realtà, il seminatore non può smettere di seminare. È qui che si rivela la profondità di vita di quegli uomini, i santi, che non si concedono riposo nella loro opera apostolica. Ci sorprende osservare quante e quanto preziose opere hanno messo in piedi in archi relativamente brevi di tempo. Pensiamo per esempio a san Tommaso d’Aquino e la sua Summa Theologiae, o a san Giovanni Bosco che fondò innumerevoli istituzioni a favore dei giovani, in breve tempo. Il mondo attende sempre la manifestazione dei Figli di Dio.

lunedì 20 giugno 2011

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Domenica 19 giugno 2011

Ragioni della festa e della sua tarda istituzione.

Abbiamo visto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo e, fedeli all'ordine del Maestro (Mt 28,19) partire subito per andare ad ammaestrare tutte le genti, e battezzare gli uomini nel nome della Santissima Trinità. Era dunque giusto che la solennità che ha per scopo di onorare il Dio unico in tre persone seguisse immediatamente quella della Pentecoste alla quale è unita da un misterioso legame. Tuttavia, solo dopo lunghi secoli essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.
Tutti gli omaggi che la Liturgia rende a Dio hanno per oggetto la divina Trinità. I tempi sono per essa così come l'eternità; essa è l'ultimo termine di tutta la nostra religione. Ogni giorno ed ogni ora le appartengono. Le feste istituite per commemorare i misteri della nostra salvezza finiscono sempre ad essa. Quelle della Santissima Vergine e dei Santi sono altrettanti mezzi che ci guidano alla glorificazione del Signore unico nell'essenza e triplice nelle persone; quanto all'Ufficio divino della Domenica in particolare, esso offre ogni settimana l'espressione formulata in modo particolare, dell'adorazione e dell'omaggio verso questo mistero, fondamento di tutti gli altri e sorgente di ogni grazia.
Si comprende così perché la Chiesa abbia tardato tanto ad istituire una festa speciale in onore della Santissima Trinità. Mancava del tutto la ragione ordinaria che motiva l'istituzione delle feste. Una festa è la fissazione di un fatto che è avvenuto nel tempo e di cui è giusto perpetuare il ricordo e la risonanza: ora, da tutta l'eternità, prima di qualsiasi creazione, Dio vive e regna, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Questa istituzione non poteva dunque consistere se non nel fissare sul Calendario un giorno particolare in cui i cristiani si sarebbero uniti in un modo per così dire più diretto nella solenne glorificazione del mistero dell'Unità e della Trinità in una stessa natura divina.

Storia della festa.
Il pensiero si presentò dapprima ad alcune di quelle anime pie e raccolte che ricevono dall'alto il presentimento delle cose che lo Spirito Santo compirà più tardi nella Chiesa. Fin dal secolo VIII, il dotto monaco Alcuino, ripieno dello spirito della Liturgia, credette giunto il momento di redigere una Messa votiva in onore del mistero della Santissima Trinità. Sembra pure che vi sia stato spinto da un desiderio dell'apostolo della Germania, san Bonifacio. La Messa costituiva semplicemente un aiuto alla pietà privata, e nulla lasciava prevedere che ne sarebbe derivata un giorno l'istituzione di una festa. Tuttavia la devozione a questa Messa si estese a poco a poco, e la vediamo accettata in Germania dal Concilio di Seligenstadt, nel 1022.
Ma a quell'epoca in una chiesa del Belgio era già in uso una festa propriamente detta della Santissima Trinità. Stefano, vescovo di Liegi, aveva istituito solennemente la festa della Santissima Trinità nella sua Chiesa nel 920, e fatto comporre un Ufficio completo in onore del mistero. A quei tempi non esisteva ancora la disposizione del diritto comune che riserva alla Santa Sede l'istituzione delle nuove feste, e Richiero, successore di Stefano nella sede di Liegi, tenne in piedi l'opera del suo predecessore.
Essa si estese a poco a poco, e pare che l'Ordine monastico le sia stato subito favorevole; vediamo infatti fin dai primi anni del secolo XI, Bernone, abate di Reichenau, occuparsi della sua propagazione. A Cluny, la festa si stabilì abbastanza presto nel corso dello stesso secolo, come si può vedere dall'Ordinario di quel monastero redatto nel 1091, in cui essa si trova menzionata come istituita già da un certo tempo.
Sotto il pontificato di Alessandro II (1061-1073), la Chiesa Romana, che ha spesso sanzionato, adottandoli, gli usi delle chiese particolari, dovette esprimere un giudizio su questa nuova festa. Il Pontefice, in una delle sue decretali, pur costatando che la festa è già diffusa in molti luoghi, dichiara che la Chiesa Romana non l'ha accettata per il fatto che ogni giorno l'adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode.
Tuttavia la festa continuava a diffondersi, come attesta il Micrologio; e nella prima parte del secolo XII, l'abate Ruperto affermava già la convenienza di quella istituzione, esprimendosi al riguardo come faremmo oggi noi: "Subito dopo aver celebrato la solennità della venuta dello Spirito Santo, cantiamo la gloria della Santissima Trinità nell'Ufficio della Domenica che segue, e questa disposizione è molto appropriata poiché subito dopo la discesa di quel divino Spirito cominciarono la predicazione e la fede e, nel battesimo, la fede, la confessione del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Dei divini Uffici, l. xii, c. i).
In Inghilterra l'istituzione della festa della Santissima Trinità ebbe come autore principale il martire san Tommaso di Cantorbery. Fu nel 1162 che egli la istituì nella sua Chiesa, in ricordo della sua consacrazione episcopale che aveva avuto luogo la prima Domenica dopo la Pentecoste. Per la Francia troviamo nel 1260 un concilio di Arles presieduto dall'arcivescovo Florentin, che nel suo sesto canone inaugura solennemente la festa aggiungendovi il privilegio d'una Ottava. Fin dal 1230 l'ordine dei Cistercensi, diffuso nell'intera Europa, l'aveva istituita per tutte le sue case; e Durando di Mende, nel suo Razionale, lascia concludere che il maggior numero delle Chiese latine, durante il secolo XIII usava già la celebrazione di questa festa. Fra tali Chiese ve ne erano alcune che la ponevano non alla prima bensì all'ultima Domenica dopo la Pentecoste e altre che la celebravano due volte: una prima all'inizio della serie delle Domeniche che seguono la solennità di Pentecoste, e una seconda volta alla Domenica che precede immediatamente l'Avvento. Questo uso era mantenuto in modo particolare dalle Chiese di Narbona, di Le-Mans e di Auxerre.
Si poteva sin d'allora prevedere che la Santa Sede avrebbe finito per sanzionare una istituzione che la cristianità desiderava di vedere stabilita dappertutto. Giovanni XXII, che occupò la cattedra di san Pietro fino al 1334, completò l'opera con un decreto nel quale la Chiesa Romana accettava la festa della Santissima Trinità e la estendeva a tutte le Chiese.
Se si cerca ora il motivo che ha portato la Chiesa, guidata in tutto dallo Spirito Santo, ad assegnare così un giorno speciale nell'anno per rendere un solenne omaggio alla divina Trinità, quando tutte le nostre adorazioni, tutti i nostri ringraziamenti, tutti i nostri voti salgono in ogni tempo verso di essa, lo si troverà nella modificazione che si andava introducendo allora nel calendario liturgico. Fin verso il 1000, le feste dei santi universalmente onorati erano molto rare. Da quell'epoca appaiono in maggior numero, ed era da prevedere che si sarebbero moltiplicate sempre di più. Sarebbe giunto il tempo - e sarebbe durato per secoli - in cui l'Ufficio della Domenica che è consacrata in modo speciale alla Santissima Trinità, avrebbe ceduto spesso il posto a quello dei Santi riportati dal corso dell'anno. Si rendeva dunque necessario, per legittimare in qualche modo questo culto dei servi nel giorno consacrato alla suprema Maestà, che almeno una volta nell'anno la Domenica offrisse l'espressione piena e diretta di quella religione profonda che l'intero culto della santa Chiesa professa verso il sommo Signore, che si è degnato di rivelarsi agli uomini nella sua unità ineffabile e nella sua eterna Trinità.


domenica 5 giugno 2011

Ascensione di Gesù al cielo

 
Mt 28,16-20

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 


+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Parola del Signore 


Commento a cura di padre Ermes Ronchi

Cristo, pienezza e futuro di ogni cosa

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» È i­nutile inseguire quel volto, impossibile toccare quel cor­po. È finito il tempo degli in­contri e dei nomi, quando egli diceva: «Pietro!», «Maria!», «Tommaso!» e sulle sue labbra i nomi parevano bruciare; fi­nito il tempo del pane e del pe­sce condivisi attorno allo stes­so fuoco sulla riva del lago.
L'ascensione è la festa della sua presenza altrimenti: della sua presenza in tutte le cose, in tutti gli uomini, in tutti i gior­ni. Gesù non è andato lontano: è andato avanti e nel profon­do. E chiama a pienezza gli uo­mini, il tempo e le cose. Dice Paolo: «Cristo è il perfet­to compimento di tutte le co­se». Cristo è la pienezza e il fu­turo di ogni cosa che esiste. Il mio cristianesimo è la certez­za forte e inebriante che in tut­te le cose Cristo è presente, forza di ascensione dell'intero creato, energia che alimenta la nostra esistenza e la storia u­mana.
Un aggettivo prorompe da Matteo e da Paolo: «tutto»: An­date in tutto il mondo, a tutte le genti annunciate tutto ciò che vi ho detto, ogni potere è mio, io sarò con voi tutti i gior­ni, tutto è sotto i suoi piedi. «Dal giorno dell'ascensione abbiamo Dio in agguato al­l'angolo di ogni strada» (F. Mauriac).
C'è un sapore di totalità, un sapore di infinito, una prete­sa di assoluto, un superamen­to dei limiti di luogo, di mate­ria, di tempo. Si apre la di­mensione del Cristo cosmico, non assenza ma più ardente presenza, sparpagliato per tutta l'umanità, seminato in tutte le cose, fino a che alla fi­ne dei giorni sarà «tutto in tut­ti» (Col 3, 11). Non solo in me, in te o perfino nel cuore di­stratto e in quello che si crede spento, ma Cristo è presente in tutte le cose: nel rigore del­la pietra, nel canto segreto delle costellazioni, nella forza di coesione degli atomi, per un nuovo cielo, per una nuo­va terra. Tutti i giorni e tutte le cose sono ora messaggeri di Dio; tutti i giorni e tutte le co­se sono angeli e Vangeli. «E il divino traspare dal fondo di o­gni essere» ( Theilard de Char­din).
«Voi sarete miei testimoni», te­stimoni che dicono: noi di­pendiamo da una fonte che non viene
meno; nella nostra vita è in gioco una forza più grande di noi e che non si e­saurisce mai. Il nostro compi­to è accogliere questo flusso di vita che ci è consegnato. Ac­cogliere e restituire – alle ve­ne del mondo, alle relazioni, al cuore limpido – tutto ciò che alimenta la vita e che ha la sua sorgente oltre noi.




domenica 29 maggio 2011

VI domenica di Pasqua


Vangelo
Gv 14,15-21
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Parola del Signore

Commento

 Padre Ermes Ronchi

L'amore che ha cambiato la storia
 "Se mi amate". Con questo verbo, il più importante del nostro vocabolario, che circondiamo di tanto pudore e di tante attese, Gesù entra nei nostri sentimenti più intimi, li rivendica per sé, ed è la prima volta, e per la storia che vuole cambiare. Non si tratta di un ordine, non di un imperativo, ma piuttosto di una constatazione: chi ama osserverà, diverrà per lui naturale, quasi un automatismo del cuore, osservare il suo comandamento, il nuovo, l'unico: amatevi come io vi ho amato (Gc 13,34). L'amore cambia la vita, non è un vago sentimento misto di fascino e di timore che Gesù propone: se ami non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, restare indifferente. Ama e fa quello che vuoi (sant'Agostino). Se ami non potrai che osservare una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. Ma è facile o difficile amare Cristo? Per sette volte oggi, nei sette versetti del brano, Gesù parla di unione: una passione di unirsi corre dentro la storia di Dio e dell'uomo. Passione di unirsi per cui Dio è diventato, in principio, il respiro stesso di Adamo; per cui per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una ragazza di Nazaret per entrare in comunione con l'umanità, comunione assoluta. E qui Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi... io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi. Fino a che l'altro diventi tua dimora e tua casa. Tommaso d'Aquino diceva che l'amore è passione di unirsi alla persona amata. In Dio per primo c'è questa passione, lui per primo viene incontro, è lui che cerca casa, a noi compete il lasciarci amare, e questo è finalmente, gioiosamente facile e bello. Amare Cristo è facile come lasciarsi amare. Allora i comandamenti altro non sono che vie per l'unione, passione di fare ciò che Dio fa', di partecipazione alla stessa energia di vita, di respirare il suo respiro non più un ordine esterno, ma un modo per assomigliare a Dio, espansione di una storia di comunione, il traboccare verso l'esterno di una sintonia interna. Questo è il comandamento: passione di unirsi a Dio e quindi di agire con lui e come lui nella storia, essere le sue mani, un frammento del suo cuore. Nessuna etica vive senza una mistica. Non vi lascerò orfani, perché io vivo e voi vivrete. Orfano è parola ed esperienza legata alla morte. Ma chi ama vive, forte come la morte è l'amore, le grandi acque non possono spegnerlo, né i fiumi travolgerlo. Vivrete perché io vivo: la passione di unirsi è diventata passione di far vivere.

domenica 8 maggio 2011

Terza domenica di Pasqua


VANGELO

Lc 24, 13-35
Dal Vangelo secondo Luca
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.



Commento a cura di Mons. Antonio Riboldi

Rimani con noi, Signore, perché si fa sera

Se c'è una cosa che davvero ci fa male "dentro" è la sensazione di essere soli, come abbandonati, senza più speranza nel domani. Sono i momenti in cui la compagnia fatta di vera amicizia, aiuta a vedere quello che non riusciamo a vedere con i nostri occhi oscurati dalla tristezza, ma più ancora dal senso di non farcela da soli.
Davvero Dio ci ha creati non per stare soli, ma per vivere insieme. Tanto è vero che la certezza di avere chi si interessa di noi, che fa proprie le nostre difficoltà, è come riappropriarsi della gioia della vita. Tutto si fa' chiaro, anche se rimangono le lunghe ombre del venerdì santo.
Quanta gente ho incontrato e incontro nella mia vita di pastore che ha bisogno di un sorriso, di una carezza che li aiuti a ritrovare il senso della vita. Quella di farsi "compagnia nella vita" è davvero l'arte della serenità, la dolcezza e la forza della carità.
Il Vangelo di oggi è non solo di una bellezza infinita, come sono tutte le pagine del Vangelo se sappiamo farci prendere dalla divina bellezza che contengono, ma è come, facendolo proprio nella meditazione, un vedere Dio affacciarsi sulla nostra esistenza a dirci: "Sono con te, abbi fiducia!"
La crocifissione di Gesù, il venerdì, aveva davvero creato un grande buio sulla terra, ma sopratutto in quanti avevano riposto in Lui ogni speranza, i suoi discepoli.
La paura di essere stati lasciati soli: di essere stati come illusi nel dare fiducia a chi non poteva offrire speranza. Quale fiducia poteva suscitare Gesù inchiodato sulla croce, incapace di disegnare un futuro?
Fu naturale la paura che scese impietosa nel cuore di quanti avevano abbandonato tutto per seguirLo: paura di essere coinvolti dall'odio dei Giudei ed essere puniti per il solo fatto di essere "Suoi".
Era come se Gesù li avesse coinvolti nella Sua morte. E la soluzione, che è anche tante volte la nostra, davanti alle prove della vita, è la fuga. Andarsene lontani, per non essere riconosciuti, dimenticando ciò che non poteva essere dimenticato: ossia dimenticare un amore che oltrepassava gli egoismi della terra e sconfinava nel Cielo. L'amore, che avevano per il Maestro, era talmente inciso nei loro cuori, che non riuscivano a cancellarlo...ma fuggivano con profonda tristezza.
Così due di loro camminavano dirigendosi verso Emmaus, lontani dal pericolo, in preda alla paura, chiedendosi come poteva essere accaduto tutto ciò. Come del resto facciamo noi, quando, investiti dalla tristezza che è sempre nelle nostre croci, che a volte sembrano superare le nostre forze, cerchiamo di fuggire non si sa dove.
Ma qui si affaccia l'incredibile presenza di Chi non fugge mai, Cristo risorto, ossia di uno che per stare vicino per sempre ha dovuto fare dono della vita, morire, per stare sempre con noi. "Gesù in persona - racconta Luca - si accostò a loro e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo". E come l'amico che vuole con tanta delicatezza, condividere la sofferenza, si fa dire la ragione della tristezza. "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?" Si fermarono con il volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?" E Gesù: "Che cosa?" Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo: come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele..."
Fa impressione quel "noi speravamo". Una speranza crocifissa che dice più nulla. Anche se correvano voci su una resurrezione. Gesù non interrompe il racconto di tristezza dei discepoli. E' bello vedere come Dio non interrompe mai i nostri discorsi di tristezza, che a volte Gli rivolgiamo, come se volesse entrare profondamente nelle nostre vicende umane, farle proprie e dare poi la sua risposta.
A differenza di noi che quando incontriamo chi soffre, troppe volte non gli diamo tempo di sfogarsi, stando alla porta della realtà della vita, forse non avendo l'umiltà e la carità o il coraggio di scendere fino in fondo alla tristezza, lasciando così che il buio dell'anima non conosca il sole della carità.
Dopo che i due si erano sfogati Gesù prende la parola: "Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo portasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?"
E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro le Scritture e quanto si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, Gesù fece come se dovesse andare lontano (come a provare la fede dei due e l'efficacia della sua presenza). Ma essi insistettero con quelle stupende parole, che ora sono di tanti, quando si affaccia la tristezza, e trovano l'amico che fa compagnia.
Lo pregano, anche nella vita di tutti i giorni: "Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino". E Gesù entrò per rimanere con loro. E quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma Lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore mentre conversava con noi lungo il cammino quando ci spiegava le Scritture". E subito tornarono a Gerusalemme, per rendere partecipi gli apostoli della loro gioia (Lc. 24,13-35).
Così Gesù ci ha insegnato come farsi vicino ai fratelli che sono tristi ed hanno perso la speranza. Con la semplicità dell'amicizia, che non fa mai rumore, ma ha il vigore della brezza che sfiora il volto arso dal dolore e conforta.
Non aspetta che Lo cerchino, ma li rincorre sulla strada del loro cammino e del loro "fallimento", e con la Parola e l'amore, "lo spezzare il pane", riporta la luce dove era scesa la notte.
Se facciamo caso l'Eucarestia, come tutti i sacramenti, ma l'Eucarestia in modo particolare, ha un momento, il momento della Parola, in cui Gesù si fa vicino a noi e ci spiega le scritture...forse trovando in noi sordità.
Accompagnando tante comunità nel cammino di fede, mi capita sempre che, dopo avere "spiegato le Scritture", che contengono la Sapienza di Dio per noi, la gente prova quello che hanno provato i due di Emmaus, ossia "Non ci ardeva forse il cuore mentre conversava con noi?"
Quante volte ho visto occhi sciogliersi in lacrime, volti in cui tornava il sorriso, voglia di Cielo ritrovato! Così dovrebbe essere della Parola nella Messa, dove la Parola si fa ad in un certo momento "pane spezzato e dato", che apre davvero il cuore alla gioia. Ma al di là di questo, quanti fratelli e sorelle ci sono che sono soli ed attendono chi faccia loro compagnia. E' lì che la Chiesa dovrebbe essere. E' sulla strada dove camminano i tanti "discepoli di Emmaus", che dovremmo esserci con l'umiltà, l'ascolto, la condivisione e l'offerta della carità. Quanta gente potremmo schiodare dalle loro tristezze, solo se imitassimo Gesù sulla strada di Emmaus.
Una delle ragioni di queste riflessioni, che giungono a voi, è quella proprio di farmi vicino con discrezione a voi, ascoltarvi e donarvi gioia. E tanti questa gioia ritrovata me la raccontano con le e-mail. Una felicità condivisa. Ripeto, c'è troppa tristezza attorno, come reduci di una vita fallita o di una fede senza risposta.
Dono a voi una preghiera, a me donata, che è, credo, ciò che tutti vorremmo avere per donare a chi incontriamo sulla strada di "Emmaus".
"Aiutami, Signore risorto a sorridere alla Pasqua che celebriamo.
A non pensare a ciò che con la Pasqua ho lasciato, per vivere la felicità in ciò che ho trovato con Te.
Aiutami, Signore risorto, a non voltarmi indietro perché ieri non c'è più, se non come briciola di lievito per il pane di oggi.
Aiutami a sorridere alla vita che avanza sempre così ricca di sorprese e novità.
Aiutami a sorridere alla poesia che canta nel cuore per spingermi agli spazi sconfinati.
Aiutami, o Signore risorto, a sorridere ai tentativi che compio per essere e restare creatura nuova.
Aiutami, Signore, che sento dentro di me, a sorridere ad ogni alba che viene, perché ora so che, se vengo e se sto con te, ogni giorno è Pasqua, ogni giorno è "primo mattino del mondo".
Aiutami Signore risorto, a non avere paura di mettermi sulla strada di chi non ha più voglia di sorridere, per restituire con Te il sorriso che Tu solo sai mettere sulle mie labbra e comunicarlo sulle labbra degli altri, perché ogni giorno sia Pasqua".

venerdì 29 aprile 2011

Seconda domenica di Pasqua


 Festa della Divina Misericordia

Vangelo
Gv 20,19-31
Otto giorni dopo venne Gesù.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore

 Commento

Dopo la morte di Cristo, gli apostoli rimasero soli. Ebbero paura al punto di rinchiudersi per il timore delle persone malevoli. Avevano vissuto tre lunghi anni con il Maestro, ma non l’avevano capito, al punto che Cristo dovette rimproverarli seriamente (Lc 24,25). Non l’avevano capito perché il loro modo di pensare restava troppo terra terra. Vedendo Cristo impotente e senza coscienza sulla sua croce, essi avevano gettato tutt’intorno sguardi impauriti, dimenticando ciò che era stato detto loro: “Vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22). Ed ancora: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).
I discepoli si rallegrarono al vedere Cristo, furono rassicurati dalle sue parole: “Pace a voi! Ricevete lo Spirito Santo!”. Ma essi dovettero attendere la Pentecoste perché lo Spirito Santo venisse a purificare i loro spiriti e i loro cuori, a dare loro il coraggio di proclamare la gloria di Dio, di portare la buona novella agli stranieri e di infondere coraggio ai loro seguaci. Dio si è riavvicinato agli uomini ed essi si sono rimessi nelle sue mani, per mezzo di Cristo e dello Spirito Santo.
Concedendo agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha detto loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Come Cristo ha fatto con gli apostoli, così il vescovo, imponendo le mani ai sacerdoti che vengono ordinati, trasmette oggi il potere dello Spirito Santo, che permette loro di dispensare i sacramenti e, attraverso di essi, di assolvere i peccati. Ogni sacramento, non solo evoca il ricordo di Cristo, ma è Cristo in persona, che agisce immediatamente per salvare l’uomo. Nel dispensare i sacramenti, la Chiesa si mette in un certo senso ai piedi della croce per portare la salvezza ai credenti. Come potrebbe quindi dimenticare la fonte dalla quale scaturiscono le grazie di salvezza che sgorgano dalle sue mani?
Dio realizzerà il suo più grande desiderio, renderà l’uomo felice se egli lo vorrà, se risponderà “sì” al Padre che gli offre la gioia, a Cristo che gli porta la salvezza, allo Spirito Santo che gli serve da guida.
Dio non impone il suo amore agli uomini. Egli attende che l’uomo stesso faccia un passo in avanti. Dio salva chi si apre a lui per mezzo della fede, della speranza e dell’amore. Dio si avvicina, e anche l’uomo deve avvicinarsi a lui. Allora Dio e l’uomo si incontrano sullo stesso cammino, in Cristo, nella sua Chiesa.
Cristo non è solo uomo, né solo Dio. È Dio e uomo allo stesso tempo; grazie a questa duplice natura, egli è come un ponte teso tra l’umanità e Dio. Questo ponte sarebbe rimasto deserto - né gli uomini né Dio vi avrebbero messo piede - se la causa della discordia e della separazione - il peccato - non fosse stata soppressa. Il sacrificio offerto a Dio da Cristo ha cancellato le colpe passate, presenti e future. “Egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Eb 7,27). Da allora gli uomini possono “per mezzo di lui accostarsi a Dio” fiduciosi del fatto che “egli resta sempre” (Eb 7,25).
Così, per la sua natura prodigiosa e il suo sacrificio completo, Cristo è il solo Intercessore e Sacerdote Supremo. In Cristo, gli uomini ritornano al Padre. In Cristo il Padre rivela agli uomini l’amore che egli porta loro.
È sempre più facile avvicinarsi a Dio prendendo la mano caritatevole che il Padre tende all’uomo per aiutarlo a seguire Cristo, nostro Redentore. Tale è il senso del salmo che evoca l’uomo miserabile il cui grido giunse fino agli orecchi del Signore, e che fu liberato dai suoi mali.

domenica 10 aprile 2011

V domenica di Quaresima

Vangelo

Io sono la risurrezione e la vita
 
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto,
Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45

 Commento a cura di padre Ermes Ronchi

Chi crede vive già la risurrezione

Gesù piange per il suo amico Lazzaro. Le lacrime sono la ri­bellione di Gesù, la stupen­da «arroganza» dell'amico che si rifiuta di accettare la morte dell'amico. Amore arrogante fino al grido: Vie­ni fuori!
Ciascuno di noi è Lazzaro, amato e malato. Il pianto di Dio è la nostra salvezza; lì Dio dice se stesso: se ami­co è un nome di Dio, il mio nome è amato per sempre.
Chi dice Dio, dice risurre­zione. Perché la morte met­te in gioco la credibilità stessa di Dio: deruba Dio dei suoi figli, lo spoglia dei suoi tesori, riduce Dio in miseria, senza amori. Se questo è per sempre, allora Dio non è più Dio. È solo un Dio di morti. Ma un filo ros­so attraversa tutta la Bibbia:
Dio è il Dio dei vivi e non dei morti. Infatti Gesù dice a Marta: «Tuo fratello risor­gerà». Ma è una frase con­solatoria che Marta ha sen­tito tante volte in quei gior­ni, cui risponde con una punta di delusione: «So be­ne che risorgerà nell'ultimo giorno. Ma l'ultimo giorno è così lontano dal mio de­siderio e dal mio dolore».
Allora Gesù dice di più, af­ferma: «Io sono la risurre­zione e la vita». Prima la ri­surrezione, poi la vita. Non nell'ultimo giorno, bensì o­ra. Risurrezione è un'espe­rienza che interessa il no­stro presente e non solo il futuro. A risorgere sono chiamati i vivi prima che i morti. Gesù ci rivela che c'è morte e morte, come c'è vi­ta e vita. Come Lazzaro «si è addormentato», anch'io molte volte vivo una vita addormentata. C'è una vi­ta morta, propria di chi, nella paura di perderla, si chiude nell'egoismo per trattenerla. E c'è una vita ri­sorta: «da morti che erava­mo ci ha fatti rivivere con Cristo, con lui risuscitati» ( Ef 2,5-6). Il vero risorto non è Lazzaro, tornato alla vita mortale, ma le sorelle di Be­tania e quanti credono in Gesù, passati alla vita di Cristo.
Noi sappiamo cosa è la vi­ta, ne facciamo esperienza. Vita è fatta di pane e di mi­racolo, è fatta di argilla e di amore. Vita è respirare, ri­dere, amare, gioire, lottare con la morte, vincere, per­dere, e l'infinita pazienza di ricominciare. Ma poi c'è la vita risorta, che è la vita stessa di Cristo: «per me vi­vere è Cristo» (Fil 1,21). E come lui lasciarsi catturare dalla pietà, saper piangere il pianto dell'uomo, amare pace e giustizia, riempire la vita di quelle cose che du­rano oltre la morte, riem­pirla di Dio. Allora anche se non parli mai di risurrezione, mo­strerai con tutto te stesso una vita risorta.

domenica 20 marzo 2011

II domenica di Quaresima



VANGELO (Mt 17,1-9)
Il suo volto brillò come il sole
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Commento a cura di Padre Ermes Ronchi

Dalle tentazioni alla trasfigurazione. Il cammino di Cristo è quello di ogni discepolo, cammino ascendente e liberante: dal buio delle tentazioni attraversato fino alla luce di Dio. Cos'è la luce di Dio? È energia e bellezza. Per il corpo: sostiene la nostra vita biologica. Per la mente: sapienza che fa vedere e capire. Per il cuore, che rende capaci di amare bene. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Come il sole, come la luce. Quante volte nella Bibbia, nei salmi, Dio sorge glorioso come un sole: il sole chiama alla vita, a fiorire a maturare a dare frutto. Accende la bellezza dei colori e degli occhi. Come la pianta che cattura la luce del sole e la trasforma in vita, così noi, fili d'erba davanti a Dio, possiamo imbeverci, intriderci della sua luce e tradurla in calore umano, in gioia, in sapienza. Gesù ha un volto di sole, perché ha un sole interiore, per dirci che Dio ha un cuore di luce. Ma quel volto di sole è anche il volto dell'uomo: ognuno ha dentro di sé un tesoro di luce, un sole interiore, che è la nostra immagine e somiglianza con Dio. La vita spirituale altro non è che la gioia e la fatica di liberare tutta la luce sepolta in noi. Signore, Pietro prende la parola, che bello essere qui! Restiamo quassù insieme. L'entusiasmo di Pietro, la sua esclamazione stupita: che bello! Ci fanno capire che la fede per essere forte e viva deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un «che bello!» gridato a pieno cuore. Come Pietro sul monte: è bello con te, Signore! Questo Vangelo è per dirci che la Quaresima più che un tempo di lutto e penitenza, è un girarsi verso la bellezza e la luce. Acquisire fede significa acquisire bellezza del vivere, acquisire che è bello amare, abbracciare, dare alla luce, esplorare, lavorare, seminare, ripartire perché la vita ha senso, va verso un esito buono, qui e nell'eternità. San Paolo scrive a Timoteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. Non solo il suo volto, non solo le sue vesti sul Tabor, non solo i nostri sogni. Ma la vita, qui, adesso, di tutti. Ha riacceso la fiamma delle cose. Ha messo nelle vene del mondo frantumi di stelle. Ha dato splendore e bellezza all'esistenza. Ha dato sogni e canzoni bellissime al nostro andare di uomini e donne. Basterebbe ripetere senza stancarci: ha fatto risplendere la vita, per ritrovare la verità e la gioia di credere in questo Dio. Allora tutto il creato si fa trasparente e il divino traspare nel fondo di ogni essere (Teilhard de Chardin) e gronda di luce ogni volto di uomo (Turoldo). (Letture: Genesi 12,1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1,8b-10; Matteo 17,1-9).

domenica 13 marzo 2011

Prima domenica di quaresima


Vangelo
Mt 4,1-11
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore

Commento
Come la liturgia prevede, la prima domenica di quaresima, ci viene proposto il Vangelo delle tentazioni. L’evangelista Matteo , all’inizio della vita pubblica, ci offre una descrizione delle prove a cui Gesù, nel deserto, è stato sottoposto  da satana; ma la tentazione è stata continua, per tutta la Sua vita, Gesù è stato continuamente messo alla prova, fin sulla croce:” Se sei veramente figlio di Dio, scendi dalla croce e crederemo in Te”.
I quaranta giorni  di Gesù nel deserto fanno riferimento ai quaranta anni del popolo d’Israele nel deserto dove è stato duramente messo alla prova; quaranta è un numero simbolico che sta ad indicare l’arco di una intera vita in cui anche noi, come Gesù, veniamo continuamente sottoposti a dei test, a delle difficili prove da superare.
Il vangelo ci parla di tre tentazioni:
La prima: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane», ci porta a riflettere sull’importanza di dare ad ogni cosa il senso giusto ed il posto giusto. La risposta di Gesù lo dice chiaramente:”Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Abbiamo tutti bisogno di nutrirci, il pane rappresenta un bene primario, ma Gesù offre qualcosa che va oltre il semplice nutrimento materiale, offre la Sua Parola, una parola che dà la vita molto più del pane perché suscita il desiderio di Dio, perché riempie l’anima e la predispone all’accoglienza dell’amore di Dio. La parola di Dio è il Vangelo e da esso riceviamo quel nutrimento giusto per rapportarci nel giusto modo con tutto ciò che è creato, con chi ci è prossimo.
La seconda: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Satana sfida Gesù chiedendogli di manifestare il suo potere divino attraverso un segno prodigioso. Satana chiede anche a noi: fammi vedere qual è la tua relazione con Dio, se Lui veramente ti ama, ti salverà da ogni pericolo...La risposta di Gesù:”Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”… Dio non si comporta come un mago e non è neanche al nostro servizio, Egli è il Signore della nostra vita verso il quale ci dobbiamo rivolgere con rispetto ed umiltà. Spesso, il nostro rapporto con Dio è sbagliato perché ci rivolgiamo a Lui solo per avere i Suoi Doni e non cerchiamo di conoscere chi Lui veramente è, di creare un rapporto con Lui, non ci interessa di entrare in relazione con Lui. Ciò significa che non abbiamo capito bene che il Dio di Gesù non è come una qualsiasi divinità pagana, non è un Dio da mettere nel cassetto ed usare solo quando serve…si tratta dell’unico e vero Dio che, attraverso il Figlio, ci ha rivolto parole d’amore come a figli, ad amici e per noi ha dato la vita. Non chiediamo al Signore di stare con noi a modo nostro, ma chiediamogli di concederci solo ciò di cui abbiamo veramente bisogno.
La terza: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”.
Questa ultima tentazione riguarda il modo di rapportarsi con gli altri: il potere, il successo, la ricchezza. Satana cerca di mercanteggiare con Gesù e gli chiede di cambiare  il modo di compiere la Sua  missione tra gli uomini. Non più con la croce e con l’amore, ma con il potere, con l’inganno, con la forza…Forse anche noi avremmo voluto un Dio così, basta pensare a quante volte, di fronte a tanta cattiveria umana, chiediamo a Dio di intervenire con una punizione adeguata. Dio non fa mercato dei Suoi doni, Dio non cerca mai di  risolvere i problemi del mondo con la forza, Dio sa solo amare e chiede la nostra collaborazione perché questo Suo amore sia visibile e percepibile da tutti gli uomini lontani da Lui per convertirli.
Superate tutte le prove, ecco che gli angeli si avvicinano a Gesù e lo servono. Chi sta con Dio ha vicino a sé gli angeli, ma ognuno di noi può essere un angelo per chi ha bisogno del nostro aiuto, del nostro servizio…pensiamo ai nostri familiari, ai nostri anziani, ai nostri malati…allora forse questa quaresima sarà più vera.
Rivolgo un pensiero ai tanti amici giapponesi colpiti dall’immane tragedia ed invito a pregare per loro, ma invito anche a riflettere sulla precarietà di questa vita che da un momento all’altro ci può essere tolta..Tutti siamo sulla stessa barca, tutti siamo peccatori bisognosi di conversione.
Buona e santa domenica