domenica 3 maggio 2009

Il mese di Maria

Un mese in compagnia di Maria
3 maggio- meditazione di Bruno Forte

Maria collaboratrice di Dio

Quale immagine della persona umana è offerta dalla Vergine Maria, plasmata dalla grazia e accogliente davanti al mistero? Maria è preparata dal Padre all’accoglienza del Figlio, Parola eterna: essa mostra che la persona umana è stata fatta da Dio, per Dio, per accogliere la Parola uscita dal silenzio.

Nella Vergine l’uomo è rivelato originariamente e radicalmente quale “ uditore della Parola”.
Sta qui il miracolo del nuovo inizio del mondo: la possibilità originaria della creatura umana di rispondere nella libertà all’iniziativa preveniente dell’amore di Dio, viene restaurata in modo meraviglioso dalla Grazia. Nella Vergine “ colmata dalla Grazia” è l’intera umanità che esulta, perché è resa capace – di nuovo e in modo nuovo- di essere non solo da Dio, ma anche per Dio, e quindi di accogliere, volendo, la Sua Parola di salvezza, il Cristo.
La Vergine Maria non è solo l’icona del Figlio, ma è anche l’icona della creatura umana che, avvolta da un mistero di grazia, può farsi “ collaboratrice “ di Dio, pronunciando il “si” dell’accoglienza nell’umiltà e nell’abbandono incondizionato della fede.
Maria, col “si” della sua fede, manifesta come l’originario “ essere-per-la-Parola” della creatura trovi la sua realizzazione più alta nell’assenso e nell’affidamento senza condizioni e senza limiti a Dio. In altri termini, nessun atto umano è più umanizzante che l’atto per il quale l’uomo si affida totalmente nella sua libertà al suo Dio, che lo raggiunge attraverso la Parola uscita dall’eterno silenzio e venuta a mettere le sue tende fra le parole di questo mondo. Grazie a questo atto di fede l’uomo- originariamente e costitutivamente “uditore della Parola”- viene ad accogliere in sé la Parola e a dimorare in essa, diventando figlio nel figlio a gloria del Padre: “ Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di Lui” (Gv 14,23).
Creato e ri-creato dal Padre nello Spirito per il Figlio, mediante l’atto di fede libero e responsabile, l’uomo diventa l’amato nell’Amato. In questo “si”, pronunciato liberamente dal cuore dell’uomo, si compie l’umana collaborazione alla salvezza, che ha avuto in Maria la sua icona perfetta: e tutte le forme in cui questo “si” si esprime, tutte le opere compiute come frutto della Grazia ricevuta e testimoniata dalla fede, sono altrettanti aspetti del nostro essere “ i collaboratori di Dio” (1Cor 3,9).
Se questa libera collaborazione alla salvezza, preparata e colmata dalla Grazia, non fosse reale, come fu nella Vergine Maria, non avrebbero senso le parole dell’apostolo Paolo: “Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non cogliere invano la Grazia di Dio” (2 Cor 6,1).
Bruno Forte

Preghiera!

Maria, Vergine dell’ascolto,
tu sei il Silenzio
in cui è risuonata la Parola della vita:
aiutaci ad essere uditori del Verbo.
Madre del Figlio nella carne,
tu sei l’immagine
tutta bella e irradiante
del puro amore del Padre:
ottienici il dono della carità,
che ci faccia
costruttori d’eterno.
Tu sei la Sposa,
arca dell’alleanza,
in cui il cielo s’è unito alla terra:
chiedi per noi
il dono dello Spirito,
che copra anche noi della Sua ombra,
e sia caparra in noi della vita futura,
per renderci in questo oggi che passa
operatori di giustizia e di pace,
anticipatori della festa del Regno.
Amen
Bruno Forte

sabato 2 maggio 2009

Il vangelo della domenica

IV domenica di Pasqua

Vangelo della domenica 3 maggio 2009


Gv 10,11-18
Il buon Pastore
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

La Chiesa dedica questa domenica, chiamata del Buon Pastore, alla preghiera e alla riflessione per le vocazioni sacerdotali e religiose. Al centro della liturgia della Parola c’è l’appassionato discorso ove Gesù, in piena polemica con la classe dirigente d’Israele, si presenta come il “buon pastore”, ossia come colui che raccoglie e guida le pecore sino ad offrire la sua stessa vita per la loro salvezza. E aggiunge: “chi non offre la vita per le pecore non è pastore bensì mercenario”. In effetti, l’opposizione tra il pastore e il mercenario nasce proprio da questa motivazione: il pastore svolge la sua opera per amore, rinunciando al proprio interesse anche a costo della vita, mentre il mercenario agisce per interesse personale e per denaro, ed è quindi logico che nel momento del pericolo abbandoni le pecore al loro destino. L’evangelista, per indicare il pericolo, usa l’immagine del lupo che “rapisce e disperde” le pecore. È una sferzata durissima ai farisei, accusati di “pascere se stessi… e non il gregge” (Ez 34, 2), mentre egli è venuto per “raccogliere in unità i figli dispersi” (Gv 11, 52).
A guardare bene, l’opera del lupo è congeniale all’atteggiamento del mercenario. ..Ad ambedue, infatti, interessa solo il proprio tornaconto, la propria soddisfazione, il proprio guadagno e non quello delle pecore; si realizza così una alleanza di fatto tra l’interesse per sé e il disinteresse per gli altri. Ne viene fuori una sorta di diabolica congiura degli indifferenti e degli egoisti contro i più deboli e gli indifesi. Se pensiamo all’enorme numero di persone che hanno smarrito il senso della vita e vagano senza mèta alcuna, se guardiamo i milioni di profughi che abbandonano le loro terre e i loro affetti in cerca di una vita migliore senza che nessuno se ne preoccupi, se osserviamo lo sbandamento dei giovani in cerca della felicità senza che ci sia chi gliela indichi, dobbiamo purtroppo constatare la triste e crudele alleanza tra i lupi e i mercenari, tra gli indifferenti e coloro che cercano solo di trarre vantaggi personali da tali sbandamenti. Scrive il profeta Ezechiele: “le pecore del Signore si erano disperse su tutta la faccia della terra e nessuno andava in cerca di loro e se ne curava”(Ez 34, 6).
Viene il Signore Gesù e con autorità grande afferma: “Io sono il buon pastore, o offro la vita per le mie pecore”. Non solo lo ha detto. Lo ha anche mostrato con i fatti, particolarmente nei giorni della Settimana Santa, quando ha amato i suoi fino alla sine, sino all’effusione del sangue. Sì, finalmente è arrivato in mezzo agli uomini chi spezza la triste e amara alleanza tra il lupo e il mercenario, tra l’interesse per sé e il disinteresse per gli altri. Chi ha bisogno di conforto e di aiuto ora sa dove rivolgersi, sa dove bussare, sa dove muovere i suoi occhi e il suo cuore. Gesù stesso lo aveva detto: “Quando sarò elevato da terra, attrarrò tutti a me” (Gv 12, 32). Tutto il Vangelo, in fondo, non parla d’altro che di questo legame tra folle disperate, abbandonate, sfinite, senza pastore e Gesù che si commuove per loro. “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?”(Lc 15, 4), dice il Signore. Si attribuisce a san Carlo Borromeo la frase: “per salvare un’anima, anche una sola, andrei sino all’inferno”. Questo è l’animo del pastore: andare sino all’inferno, ossia sino al limite più basso per salvare una persona. Si può comprendere anche in questa prospettiva la “discesa agli inferi” di Gesù nel Sabato Santo. Neppure da morto, potremmo dire, Gesù si è fermato a pensare a se stesso; come buon pastore è andato a cercare chi era perduto, chi era ed è dimenticato, chi era ed è negli inferni di questo mondo che il male e gli uomini hanno creato.
Il Vangelo sembra dire che o si è pastori in questo modo o altrimenti non si può che essere mercenari. È vero, solo Gesù è “buon pastore”: o si somiglia a lui o si tradisce la sua stessa missione. Sappiamo bene di essere inadeguati, ed è il suo Spirito effuso nei nostri cuori che ci trasforma perché possiamo avere “in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”(Fil 2, 5). La odierna pagina evangelica – come questa domenica suggerisce – si applica anzitutto a coloro che hanno responsabilità “pastorali” nella Chiesa, in particolare ai vescovi e ai sacerdoti. Ed è opportuno, anzi doveroso pregare, e non solo oggi, perché i “pastori” somiglino sempre più a Gesù vero ed unico “buon pastore”. Ed è anche urgente intensificare la nostra preghiera perché il Signore doni alla sua Chiesa giovani che ascoltino l’invito ad essere “pastori” secondo il suo cuore, secondo la sua stessa passione d’amore.
Ogni comunità cristiana è chiamata tuttavia a guardare l’abbondanza della “messe” e la scarsità degli “operai”. Potremmo dire che c’è una responsabilità “pastorale” che appartiene a tutti i credenti, non solo ai sacerdoti. Ogni discepolo, infatti, è nello stesso tempo membro del gregge del Signore ma, a suo modo, anche “pastore”, ossia responsabile dei fratelli, delle sorelle e del prossimo. In tante altre pagine della Scrittura emerge questa responsabilità “pastorale” di ogni credente. A partire dalle origini dell’umanità quando Dio chiese conto a Caino di suo fratello. E non fu certo esemplare la risposta di Caino: “Sono forse io custode di mio fratello?”. Sì, Caino era il custode (in questo senso si può dire che ne era il “pastore”) di Abele. E ogni credente deve esserlo per il suo prossimo. La preghiera perché nella comunità cristiana ci siano coloro che ascoltino la chiamata del Signore a servire la Chiesa nel ministero ordinato è parte della spiritualità di ogni credente e di ogni comunità cristiana. Ma è da un terreno pieno di “pastoralità”, ossia di credenti che sanno preoccuparsi degli altri, che possono nascere “pastori” per l’oggi. Una comunità appassionata genera pastori. Il buon pastore, infatti, non è un eroe; è uno che ama; e l’amore porta là dove neppure sogneremmo di arrivare.L’amore inserisce nelle preoccupazioni stesse del Signore: “Ho altre pecore che non appartengono a quest’ovile: anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge e un solo pastore”. L’amore di Dio intenerisce il cuore: ci fa commuovere su coloro che vagano nelle nostre città in cerca di un approdo, su quelli che non sanno ove trovare conforto, sui milioni di disperati che coprono la faccia della terra, su quell’uomo o quella donna vicina o lontana che aspetta consolazione e non la trova. Scrive Matteo: “Gesù vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. E aggiunge subito l’evangelista: “Allora disse ai suoi discepoli: pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe” (Mt 9, 36-37). Tutta la comunità cristiana è unita al Signore Gesù che si commuove ancora sulle folle di questo mondo. E con lui prega perché non manchino gli operai per la vigna del Signore. Ma nello stesso tempo, ogni credente, davanti a Dio e davanti “ai campi che già biondeggiano per la mietitura”(Gv 4, 35) deve dire con il profeta: “Ecco, Signore, manda me!” (Is 6, 8).
mons. Vincenzo Paglia

Da leggere


· Angelo Comastri - Non uccidete la libertà!
Parlare di libertà, oggi, è come entrare in un terreno di sabbie mobili: ti sembra di poggiare il piede sul sicuro e invece, improvvisamente, ti accorgi che il terreno non regge ma sprofonda sotto di te. Che cos’è la libertà? Non vale la pena di riflettere un po’ di più sul suo significato? La libertà non consiste certo nel gettare via la nostra vita. Tu, della tua vita, non puoi farne quel che vuoi, perché essa appartiene a tutti. Come una nota musicale, che fa parte di un’unica canzone; come una parola che forma, insieme ad altre parole, un unico discorso; come una pietra che, con altre pietre, tiene in piedi un’unica casa; come un fiore che, insieme ad altri fiori, dipinge la bellezza di un unico prato! La libertà, infatti, è incomprensibile senza una sapienza che la spieghi e la orienti e la collochi all’interno di una trama che le dia un significato. In questo volume Monsignor Comastri traccia le linee del suo percorso di fede. Il linguaggio volutamente semplice è sostenuto da grande slancio di amore per Cristo e la sua causa.

Eutanasia per amore?

Quale grado di dolore non è più sopportabile?

Cari amici, ho letto che , in Svizzera, una donna ha chiesto l’eutanasia: non poteva sopportare il dolore per la morte del marito.
Siamo arrivati a questo?
Risponde don Leonardo Zega
Su alcuni quotidiani questa storia ha avuto addirittura l’onore della prima pagina: una lucida volontà di morte, servita come supremo atto di amore.
In Svizzera, una signora del tutto sana, avrebbe chiesto di seguire nella morte il marito, malato terminale, perché incapace di immaginare una vita senza di lui. Con il beneplacito della legge e dietro equo compenso, qualcuno si presterebbe a organizzare tecnicamente la sua fine, “assistendola” nel compiersi del suo desiderio: in pratica, trattandosi di veleno, predisponendo la pozione, che poi “liberamente” la donna dovrebbe assumere. Un suicidio-omicidio premeditato, tradotto dai mezzi d’informazione in “eutanasia per amore”, o ancor più subdolamente, in “dolce morte in nome dell’amore”.
A tanto si può arrivare quando non si ha l’onestà di chiamare le cose con il loro nome. Qui non c’è amore né dolcezza, c’è solo il rifiuto deliberato dei limiti di cui ognuno di noi è impastato.
Malattia e morte fanno parte della condizione umana e possono essere benedizione o maledizione, a seconda di come ci poniamo nei loro confronti. Quasi in contemporanea, abbiamo letto di due persone di 78 e 87 anni che, rimaste sole per la morte del proprio compagno di vita, hanno deciso di dedicarsi ad anziani afflitti da solitudine e abbandono, trovando in questa missione una fonte di appagamento insperata. La morte vinta con la vita, donandosi con serena consapevolezza agli altri.
Dal punto di vista cristiano non ci sono dubbi: l’eutanasia è la rivendicazione di un diritto sulla vita che non abbiamo. Ed è il riferimento a Dio e al Suo primato che fa la differenza. Il cristiano sa, per fede, da dove viene e dove va; conosce i propri limiti e le sue responsabilità e si affida fiducioso al Signore, accettando il dolore, la malattia, la morte. Non soffre di meno, ma non cerca consolazioni impossibili e non si tormenta fino a rendersi insopportabile a se stesso e agli altri. Guarda a Cristo e scopre nel Suo volto i segni di un’umanità condivisa, accettata e vissuta per amore.
Tratto da "i dubbi dell'anima"

Il mese di Maria


Un mese in compagnia di Maria

Continuano le meditazioni di Padre Alfonso Muzzarelli

DUE MAGGIO


La salvezza dell'anima

1. Mi trovo in questo mondo per salvarmi l'anima. Devo rendermi conto che la vita non mi è stata donata perché cerchi il successo o il divertimento, perché mi abbandoni all'ozio o ai vizi: lo scopo vero della vita è solamente di salvarsi l'anima. Non servirebbe a niente possedere anche tutta la terra, se poi si perdesse l'anima. Vediamo ogni giorno che tante persone non risparmiano fatiche per ottenere il potere e le ricchezze: ma tutte quelle fatiche saranno inutili, se non riusciranno a salvarsi l'anima.
2. La salvezza dell'anima è cosa che richiede perseveranza. Non è un bene che si possa acquistare una volta per tutte, ma la si conquista con la forza interiore, e la si può perdere anche allontanandosi da Dio con il semplice pensiero. Per arrivare alla salvezza, non basta essersi comportati bene nel passato, ma occorre perseverare nel bene fino alla fine. Come posso essere tanto sicuro di salvarmi? Il mio passato è pieno di infedeltà alla grazia di Dio, il mio presente è insondabile e il mio futuro è tutto nelle mani di Dio.
3. Il risultato finale della mia vita è irreparabile. Se perdo una causa, posso ricorrere in appello; se mi ammalo, posso sperare di guarire; ma quando si perde l'anima, è persa per sempre. Se mi rovino un occhio, me ne rimane sempre un altro; se mi rovino l'anima, non c'è rimedio, perché di anima ce n'è una sola. Forse penso troppo poco a un problema così fondamentale, oppure non rifletto abbastanza ai pericoli che mi minacciano. Se dovessi presentarmi a Dio in questo momento, quale sarebbe la mia sorte?
Il buon senso ci dice che dobbiamo impegnarci a fondo per assicurarci la salvezza dell'anima.
A questo scopo, la cosa più saggia che possiamo fare, sarà di seguire l'esempio della nostra Madre celeste. La Madonna è nata senza peccato originale, e quindi senza tutta la fragilità umana che in noi è innata; è piena di grazia e in essa confermata fin dal primo momento della sua esistenza. Nonostante questo, ha evitato con cura ogni vanità umana, ogni pericolo, ha condotto sempre una vita mortificata, ha fuggito gli onori e le ricchezze, preoccupandosi solo di corrispondere alla grazia, di praticare le virtù, di acquistarsi meriti per l'altra vita. C'è da sentirsi veramente confusi, al pensiero che noi, non solo pensiamo tanto poco alla salvezza dell'anima, ma in più ci esponiamo continuamente e volontariamente a gravi pericoli.
Imitiamo l'impegno della Madonna per i problemi dell'anima, mettiamoci sotto la sua protezione, per poter meglio sperare nella salvezza finale. Affrontiamo senza timori le difficoltà, le seduzioni di una vita facile, l'urto delle passioni. L'impegno serio e continuo della Madonna ci dovrebbe incoraggiare a preoccuparci attivamente della salvezza della nostra anima.


Messaggio della Madonna del 29-04-2009
Figli miei sono a voi per chiedervi di pregare più intensamente per la Chiesa perchè i suoi valori sono in pericolo. I vostri cenacoli siano più numerosi, e pregando rivolgete con amore il pensiero anche alle necessità dei vostri fratelli. La vita è un cammino doloroso per tutti, ma il dolore ha un suo profondo significato e uno specifico fine. Vi consoli il fatto che io, in quanto Madre di tutta la Chiesa, vi sono sempre accanto e non vi abbandono mai. Non sciupate le vostre giornate nell’ozio e nell’indifferenza, la preghiera sia per voi un momento di isolamento totale dalle fatiche del mondo e pregate con gioia perché il Signore vi ama e vi ascolta. Il Santo Rosario recitatelo più volte al giorno affinché diventi per ciascuno di voi vita vissuta con Cristo. Io sono sempre nei vostri cuori.
Vi benedico, figli miei, nel nome della Santissima Trinità.

venerdì 1 maggio 2009

Testimonianza della settimana

Maria, Madre e testimone della Bellezza

di Rebecca Nazzaro

Dio ha scelto, perché si compisse il suo disegno, una figura di donna discreta e straordinaria, «un'innamorata della normalità»: Maria, figlia di Sion. Egli, infatti, «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili» (Luca 1, 52) poiché è attraverso costoro che compie cose grandi.Come Ruth, Giuditta, Sara ed Elisabetta, altri luminosi esempi di donne celebrate nelle Sacre Scritture, anche Maria ha condotto la sua azione nel segno del sacrificio, della donazione e della fiducia. L'umiltà del cuore e la speranza della fede sono le virtù che hanno generato la sua forza; Con gioia e senza rassegnarsi allo scoraggiamento ma confidando sempre nell'amore misericordioso, Maria si lascia visitare dal divino ("Beata colei che ha creduto al compimento di ciò che le è stato detto dal Signore" Luca 1, 45). Ha dato il suo "si" al piano di redenzione di Dio ed è un "si" che merita tutta la nostra attenzione, detto non per una credulità vaga ma con semplicità e affidamento profondo.È un assenso dolcissimo, un atto di totale libertà che è insieme, però, anche un atto di obbedienza; qualcosa che non sembra molto apprezzato oggi in cui la libertà in quanto scelta personale e responsabile ci appare poco compatibile con la passività dell'obbedienza. Ma, se guardiamo alla Vergine Maria, saremmo costretti a cambiare opinione: il suo "si" ha la serietà e la pienezza di un atto totalmente libero, la gravità di un impegno che sa di abbracciare senza rimpianti tutta la vita e che è insieme carico di conseguenze tali che decidono non solo della sua salvezza personale ma del destino di tutta l'umanità; allo stesso modo in cui il "no" di Eva ci aveva vincolato alla caduta, il suo "si" intercede per la nostra salvezza.Appare allora più giusto dire che l'obbedienza è il modo più pieno di compiere la libertà e, anzi, è in essa che prende dimora la grandezza stessa della libertà. Così, «il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall'obbedienza di Maria; ciò che Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria l'ha sciolto con la sua fede». Dio ha, infatti, assegnato a Maria la funzione di mediatrice: «Io ti costruirò quale ponte di coloro che sono scossi dai marosi, arca di quelli che si salvano, intercessione per i peccatori e scala che ha il potere di far salire gli uomini al cielo» (III Omelia sulla Dormizione di Maria, Germano). Ma attraverso la chiamata di Maria noi impariamo anche quella grande lezione del rispetto dell'altro che Dio stesso ci dà e che non può non commuoverci: Egli non forza le decisioni, non interviene con invadenza nella conversione dei cuori; Egli ci sollecita, ma la sua fiducia in noi sa nutrirsi di attesa e ci lascia il tempo e il potere di decidere tra errore e salvezza.L'esperienza di Maria è stata soprattutto un lungo pellegrinaggio di fede, un crescere e un progressivo rivelarsi. Il modo della presenza di Maria svela in lei un divenire incessante della fede: la missione di suo figlio non le è rivelata né subito né completamente; Maria avanza in questa scoperta con costanza, nell'oscurità: ella non ha visto tutto, non ha saputo tutto ma ciò che fa la sua grandezza è di avere sempre creduto. Le vie di Dio l'hanno stupita, a tratti sconvolta ma è rimasta in ascolto in una disponibilità vigile e attenta, in un abbandono che non è rassegnazione ma affidamento e confidenza. Nella fede di Maria si risveglia e matura la nostra. Si tratta di farsi poveri di ogni sentimento personale, aprirci ad un disegno più grande, onorare il mistero cercando di prendere il passo di un modo di agire che le nostre idee non riescono a seguire.Contemplare colei che è la donna per eccellenza, madre calda e tenerissima, madre della Bellezza, impregnarsi dei suoi atteggiamenti e del suo spirito significa per ogni donna vivere la sua grazia e camminare nel modo più autentico verso la pienezza della sua femminilità e nello stesso tempo, questa contemplazione fa crescere anche nell'uomo un rispetto pieno e consapevole per la donna nella sua integrità.

Il mese di Maria

Un mese in compagnia di Maria

Meditazioni di Padre Alfonso Muzzarelli


PRIMO MAGGIO

Perché far bene il mese di maggio
1. Abbiamo tutti bisogno di Maria per arrivare alla salvezza. Chi è riuscito finora a conservare la grazia di Dio, deve difenderla incessantemente da ogni sorta di pericoli. Sono molti i casi di persone, forse più rette di noi, che a un certo punto si sono smarrite e non sono state più capaci di riprendersi. Chi ha avuto la forza di pentirsi davvero del male commesso in passato, sa che è difficile perseverare nel bene. Chi si abbandona al male, ha un gran bisogno di Maria per cambiare vita. Può darsi che più di una volta abbiamo deciso di condurre una vita veramente cristiana, senza essere mai riusciti a realizzare i nostri buoni propositi. Se non fosse stato per Maria, forse, ora non saremmo capaci neppure di tentare un'altra volta.
2. Questo mese è un'occasione per metterci tutti sotto la protezione di Maria, che ci aiuterà a raggiungere la salvezza. Una madre così tenera come la Madonna, ascolterà senza dubbio le suppliche di un figlio tanto devoto. Noi sappiamo che tante volte è bastata una preghiera o un sacrificio per indurla a mostrarsi pietosa verso persone colpevoli delle peggiori malvagità. Si può quindi essere sicuri che sarà tanto generosa verso chi, con amore, le dedica un mese dell'anno.
3. Dobbiamo stare attenti a non perdere o sprecare questa grazia; a non smettere pochi giorni dopo l'inizio. Potrebbe essere l'ultima occasione che Dio ci offre per ritrovare la sua amicizia. Potrebbe darsi che ad essa sia legata la grazia della perseveranza finale. Nessuno può sapere se questo mese sarà l'ultimo della propria vita. Al momento dell'incontro con nostro Signore, sarebbe ben triste pensare che potevamo ottenere una protezione così potente e non l'abbiamo fatto. È il caso di pensarci seriamente.
Onoriamo quindi e amiamo Maria, e ravviviamo il nostro affetto verso di lei in questo mese di maggio. A noi che abbiamo bisogno di tante grazie per il nostro corpo e per la nostra anima; a noi che siamo provati dal dolore e dalla sofferenza; a noi che siamo tanto esposti a tentazioni di ogni sorta, provenienti dal di dentro e dal di fuori di noi, è tanto caro il ritorno del mese dedicato a Maria! La Madonna concede grazie con abbondanza, asciuga le lacrime di chi piange, calma i dolori di chi soffre, consola gli afflitti, aiuta i bisognosi, viene incontro ai peccatori, ascolta le preghiere di chi l'invoca con fede e amore.
In questi giorni preziosi, la Madonna chiama tutti attorno a sé, perché vuole aiutare, proteggere, salvare tutti. Andiamo da lei, avviciniamoci alle chiese a lei dedicate, e soprattutto onoriamola con la serietà della vita, con la frequenza ai sacramenti, con la pratica delle virtù cristiane. In questi giorni, mostriamoci figli devoti della nostra Madre celeste: così potremo sperimentare l'efficacia della sua protezione.