martedì 17 marzo 2009

In difesa del papa

Il pastore non abbandona nessuno

Il teologo spiega perché

di Manuel Nin


Il 12 marzo 2009 Papa Benedetto XVI pubblica una sua lettera "fraterna" ai vescovi della Chiesa Cattolica "riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall'arcivescovo Lefebvre". Infatti il giorno 21 gennaio 2009 Papa Benedetto aveva provveduto a togliere la scomunica ai quattro vescovi che erano stati ordinati nel 1988 senza il mandato della Santa Sede.Si tratta di un testo papale che non ha né il carattere di enciclica, neppure quello di esortazione apostolica, ma direi che semplicemente e niente di meno è una lettera fraterna indirizzata ai vescovi. Si tratta di un testo molto diretto, scritto con schiettezza da un fratello ai fratelli; testo che ha quattro caratteristiche a partire dalle quali vorrei leggerlo: serenità, sincerità, lucidità e umiltà. Serenità in quanto si tratta di un testo non aggressivo né accusatorio; allo stesso tempo è sincero e chiaro in quanto manifesta quello che Benedetto XVI sente e vive in questa vicenda; lucido in quanto non nasconde le difficoltà del momento ecclesiale presente, umile perché riconosce gli sbagli fatti nella procedura e nell'informazione sui fatti accaduti. Il testo della lettera può articolarsi in diverse parti.In primo luogo, si tratta di una lettera indirizzata a tutti i vescovi della Chiesa Cattolica; l'argomento trattato non tocca soltanto alcuni episcopati che potrebbero essere più coinvolti nel tema, neanche è indirizzata agli episcopati magari più contrari e critici verso il provvedimento e verso il Papa stesso, ma è indirizzato a tutto l'episcopato cattolico. Dall'inizio Benedetto XVI situa il problema trattato nella lettera: cioè la perplessità che all'interno e fuori della Chiesa ha suscitato la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, perplessità manifestatasi con "una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata", e con delle accuse ben precise dirette al Papa stesso, cioè "di voler tornare indietro, a prima del Concilio". Da partecipante e coinvolto fino in fondo nel Vaticano II, il Papa si sente particolarmente ferito da quest'accusa. Lungo tutto il suo magistero come vescovo di Roma ha manifestato la sua continuità filiale e dottrinale col Vaticano II. Poi per quanto riguarda la perplessità degli stessi vescovi, Benedetto XVI ne elenca due: da una parte il loro sì alla riconciliazione coi lefebvriani, ma senza dimenticare i problemi più urgenti che la Chiesa dovrebbe affrontare; dall'altra gli attacchi contro il Papa stesso vengono visti come un far venire a superficie vecchie ferite, "una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento". Nella lettera il Papa risponde soprattutto alla prima delle perplessità; la seconda invece, un argomento in qualche modo più ad hominem viene lasciato da parte.In secondo luogo Benedetto XVI mette direttamente sul tavolo della discussione il "caso Williamson". Il fatto di affrontarlo subito indica come questa "conseguenza" all'interno del processo non sia per niente minimizzata neppure secondaria. La remissione della scomunica è stata "un gesto discreto di misericordia"; e questa sarà in fondo la linea portante di tutta la lettera, cioè la remissione della scomunica non tanto vista come un fatto canonico ma un fatto che va visto e vissuto all'interno del ministero di misericordia e di riconciliazione del vescovo di Roma, di qualsiasi vescovo della Chiesa. Il Papa manifesta la sua perplessità per il fatto che quello che doveva essere un invito alla riconciliazione si è trasformato nel suo contrario, letto anche in chiave di opposizione al dialogo con gli ebrei. Un fatto che il Papa deplora profondamente perché questo dialogo è frutto sì di un cammino ecclesiale che risale al Vaticano II e al pontificato di Giovanni Paolo II, ma anche del suo "personale lavoro teologico". Interessante notare questo doppio collegamento che il Papa teologo fa nel dialogo con gli ebrei, sia a livello ecclesiale, sia anche a livello di ricerca teologica. In questo secondo punto è importante far notare la schiettezza di Benedetto XVI nell'indicare l'utilità di internet e anche la mancanza di un uso largo e completo di esso che avrebbe facilitato la conoscenza dei fatti; il Papa ne prende atto direi con umiltà e realismo.Comunque con la stessa chiarezza che segna tutta la lettera Benedetto XVI si presenta ai suoi fratelli nell'episcopato "ferito dall'ostilità di alcuni", "grato alla fiducia di altri". Un terzo argomento trattato dal Papa nella lettera, e da lui stesso riconosciuto come uno sbaglio palese, è il fatto della disinformazione al momento della remissione delle scomuniche: "La portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione". E qui Benedetto XVI da buon professore trae spunto dal suddetto sbaglio e spiega cos'è la scomunica: essa è un provvedimento ecclesiale che colpisce persone, che cerca di evitare nei limiti del possibile uno scisma, infine è una "punizione dura" che dovrebbe servire a richiamare al pentimento e al ritorno alla piena comunione. Quindi per il Papa la scomunica è più una pedagogia verso la piena comunione che non una lacerazione nella comunione ecclesiale. Fu alla prima udienza generale dopo la remissione delle scomuniche che Benedetto XVI diede dei chiarimenti sulla portata ecclesiale e dottrinale dei fatti avvenuti; lui stesso in quell'udienza cercò di colmare i vuoti informativi dei giorni precedenti. Nella lettera il Papa distingue chiaramente tra disciplina ecclesiale e dottrina, sottolineando la centralità e importanza sia della persona sia della dottrina della Chiesa. In questa parte della lettera vengono fuori l'imprescindibile doppia figura di pastore e di teologo di Papa Ratzinger: "La remissione della scomunica era un provvedimento nell'ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall'ambito dottrinale".Come diretta conseguenza del terzo argomento ve n'è un quarto, ovvero il collegamento che dovrà avvenire tra la commissione Ecclesia Dei e la Congregazione per la Dottrina della Fede.Portando il problema lefebvriano a livello dottrinale, il Papa ha pertanto agito proprio in maniera contraria rispetto a quanto affermato da una certa lettura dei fatti "come se niente fosse...", anzi arriva a un vero e proprio "c'è molto in gioco". Troviamo in questa parte forse il punto più importante della lettera, che segna tutto il magistero di Papa Ratzinger nei suoi grandi documenti: "Non si può congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità San Pio X. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano ii porta in sé l'intera storia dottrinale della Chiesa".Un quinto argomento (e qui il Papa teologo fa ritorno al Papa pastore) mette in luce i veri problemi della Chiesa. Non si tratta di una giustificazione.Si è trattato piuttosto di dire in modo schietto che il problema lefebvriano (e il boom mediatico che ha suscitato la remissione della scomunica) non lo distolgono nel suo ministero pastorale rispetto a quelli che sono i veri problemi e priorità che la Chiesa deve affrontare. Priorità legate al suo ministero di vescovo di Roma e alla chiamata all'evangelizzazione ricevuta dai vescovi, da tutti i cristiani. Questo è direi lo scopo di tutto il pontificato di Benedetto XVI, dall'omelia ad eligendum fatta ancora da cardinale alla vigilia del conclave del 2005, all'omelia all'inizio di pontificato fino alle catechesi settimanali. Di nuovo ancora da teologo, Benedetto XVI dà due definizioni che saranno fondamentali per capire tanti momenti del suo pontificato, quella di dialogo ecumenico e quella di dialogo interreligioso: "Lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani - ecumenismo - è incluso nella priorità suprema (...) la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace".Tornando al punto iniziale della lettera, Benedetto XVI si interroga sul perché un atto che doveva essere di riconciliazione ha fatto tanto chiasso; un atto che il Papa stesso mette a un livello prettamente evangelico. La riconciliazione per il Papa è veramente necessaria: non è lecito abbandonare la pecora smarrita; mai Benedetto XVI nega che si tratti di pecore smarrite; ed è per questo che agisce da buon pastore.A questo punto, avviandosi verso la fine della lettera, Benedetto XVI apre il cuore di pastore grato e allo stesso tempo ferito, e riconosce in tutte le situazioni ecclesiali le cose buone e allo stesso tempo quelle che sono fuori posto: "le cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi".A conclusione della lettera, Benedetto XVI collega sia la lettera sia soprattutto i fatti - remissione della scomunica, reazioni suscitate e la stessa presente lettera - alla lectio da lui stesso fatta del testo di Galati, 5, 13-15 al Seminario Romano per la festa della Madonna della Fiducia a metà febbraio di quest'anno: ""Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l'uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l'amore?".I fatti che hanno suscitato la presente lettera sono analizzati lucidamente e schiettamente da Papa Ratzinger, e lui stesso ne prende atto, nelle cose buone e negli sbagli commessi e sicuramente evitabili, per fare che il governo collegiale della Chiesa col vescovo di Roma - a cominciare dagli episcopati mondiali fino agli organismi della Santa Sede a Roma - siano strumenti di collaborazione per il bene di tutta la Chiesa.Queste righe sono nate da una lettura della lettera di Benedetto XVI, un testo a cuore aperto di un fratello ai fratelli. Siamo di fronte a un testo che ci manifesta quei quattro aspetti sì di Joseph Ratzinger, ma soprattutto di Benedetto XVI nel suo ministero come vescovo di Roma, aspetti a cui facevamo riferimento all'inizio di queste righe: serenità, sincerità, lucidità ed umiltà.Siamo di fronte a uno dei grandi testi del magistero pontificio di Papa Ratzinger, Papa pastore, Papa teologo, Papa da un cuore umano e umile capace di rallegrarsi e di soffrire con e per i suoi fratelli e i suoi figli.(©L'Osservatore Romano - 16 - 17 marzo 2009)

sabato 14 marzo 2009

Il vangelo della domenica

Trascriviamo il commento al vangelo della III domenica di Quaresima a cura di Enzo Bianchi ( Priore della comunità di Bose)

Gv 2,13-25

15 marzo 2009

L’itinerario quaresimale che la chiesa ci invita a percorrere passa anche attraverso la lettura del vangelo secondo Giovanni; per questo, tralasciando la narrazione di Marco, in questa e nelle prossime due domeniche contempliamo alcune parole e gesti di Gesù testimoniati dal quarto vangelo.
Oggi viene raccontato un gesto compiuto da Gesù a Gerusalemme, in occasione della celebrazione della festa di Pasqua (cf. anche Mc 11,15-18 e par.): entrato nel tempio, egli vede che lo spazio chiamato “atrio delle genti”, in quanto riservato ai non-ebrei che volevano conoscere la fede e il culto di Israele e “avvicinarsi” al Signore (cf. Is 45,20), è stato trasformato in luogo di commercio, di vendita degli animali per i sacrifici. Sappiamo inoltre che lì i cambiavalute scambiavano le monete per consentire ai pellegrini di pagare il tributo al tempio, e che molti attraversavano quel cortile per accorciare il cammino verso la valle del Cedron. Insomma, un luogo che Dio aveva voluto come “casa di preghiera per tutte le genti” (Is 56,7) era diventato un luogo di mercato…
Questo gesto suscita immediatamente una domanda da parte dei giudei là presenti: “Quale segno ci mostri per compiere queste cose?”. Come sempre gli uomini religiosi si affrettano a “chiedere segni” (cf. 1Cor 1,22) in grado di comprovare l’autorità di Gesù… In risposta a tale richiesta Gesù, come avviene abitualmente nel quarto vangelo, ri-vela, alza il velo sulla propria identità, e lo fa rivolgendosi ai suoi interlocutori con un ironico imperativo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Sì, dice Gesù, voi metterete a morte e annienterete il tempio di Dio che sono io, ma in tre giorni io lo rialzerò! Ecco la grande rivelazione: ormai la dimora di Dio non si trova più nel tempio di Gerusalemme, ma il corpo di Gesù è la vera dimora di Dio. Il luogo dove tutti gli uomini possono incontrare Dio è Gesù, un uomo, una carne umana che è anche la Parola di Dio, il Figlio stesso di Dio. Dio è presente ovunque, ma c’è un sito, un luogo in cui egli abita in modo unico e speciale: se nell’antica economia tale luogo era il tempio di Gerusalemme, ora è Gesù, sito del Dio invisibile. Ecco perché – secondo le parole di Gesù alla donna samaritana – ormai chi adora Dio non lo adora più né a Gerusalemme né sul monte Garizim, ma in Spirito santo e Verità, che è Gesù Cristo (cf. Gv 4,23-24).
Il nostro brano, apertosi con l’affermazione che “era vicina la Pasqua dei giudei”, sfocia sull’annuncio fatto da Gesù della sua Pasqua. In essa non saranno più necessari gli animali come vittime sacrificali – per questo sono scacciati dal tempio –, ma Gesù sarà la vittima pasquale a causa del suo zelo, del suo amore ardente per Dio: sarà proprio questo amore a divorarlo (cf. Sal 69,10), a essere cioè la causa della sua morte violenta… Ci viene così annunciata la vicina Pasqua di Gesù quale termine del cammino quaresimale, e ci viene anche rivelata l’esistenza di un tempio nuovo, già annunciato dai profeti, un tempio non più fatto di pietre ma costituito dal corpo di Gesù: corpo di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio; corpo che siamo noi innestati in lui, noi dimora di Dio (cf.1Cor 3,16; 6,19), tempio nel quale siamo chiamati a offrire a Dio il vero sacrificio, quello della nostra vita quotidiana (cf. Rm 12,1).
Enzo Bianchi


domenica 8 marzo 2009

Festa della donna

Auguri a tutte le donne

Care Donne

Cosa vogliamo festeggiare Donne care?
Le nostre vite sono ancora dure e amare.

Ogni giorno in una stanza o sopra un prato
botte da orbi e più di uno stupro viene consumato.

Ancora siamo serve di più padroni
contiamo solo se portiamo a casa soldoni.


Cosa vogliamo festeggiare Donne care?
Sulla terra son molte ancora le Donne da salvare.

Molte delle nostre sorelle sparse qua e là
procreano, sudano, lavorano e continuano a lavorar.

Quest’anno troppo diffuso è il dolore
cuori e corpi son straziati dal sesso senza amore,

da pensieri di orchi nascosti
da luride mani immerse nella melma dei fossi.

Continuiamo a denunciare chi calpesta la nostra dignità!
Continuiamo a perseguire chi le nostre ali vorrebbe spezzar!

Un abbraccio fortissimo,
Ilaria Ricciotti

sabato 7 marzo 2009

Il vangelo della domenica

Seconda domenica di Quaresima
Trascriviamo il commento del biblista don Fabio Rosini, per riflettere sul significato profondo della Trasfigurazione.

La Trasfigurazione (Mc. 9,2-10)

Questa lettura è messa nella seconda domenica di quaresima perché di fatto essa ci lancia verso la Pasqua.
In questo cammino quaresimale di trasformazione c’è un anticipo dell’apparizione di Cristo risorto: è l’esperienza del tempo della conversione.
La domanda subito da fare è: per quale motivo Pietro propone di fare le tre tende? Il riferimento è alla festa delle Capanne che faceva presente il tempo nel deserto in cui Israele è stato trasformato in un popolo e in cui viveva nelle capanne.
Nel vangelo di Giovanni ai capitoli 7, 8, 9 si parla di come si celebrava la festa delle capanne secondo la tradizione ebraica: l’importante era andare all’aperto, stare in una capanna e ascoltare la Parola di Dio, stare alla luce, guardare verso la luce.
Il deserto era il tempo in cui Dio aveva parlato di persona con il suo popolo, con Mosè sul Sinai dandogli i dieci comandamenti. Le capanne avevano il tetto aperto, avevano al centro un’apertura perché bisognava guardare il cielo, la luce.
In Gerusalemme per la festa delle capanne erano accesi tanti bracieri sulla spianatoia del tempio e i Rabbi dicevano:” I nostri padri prima di Abramo guardavano ad oriente, noi guardiamo verso il nostro Dio, è Lui la nostra luce”. Ci sono poi le letture di tutti i salmi che parlano della realtà di aver incontrato il Signore , di come essere passati dall’idolatria dell’Egitto alla fede nell’unico Dio.
La parola di questa domenica ci dice come Gesù ha fatto celebrare a Pietro, Giacomo e Giovanni la festa delle capanne: li porta in disparte, fuori in un luogo, su di un monte altissimo dove loro dovevano guardare vero l’alto. Questo luogo è l’immagine della preghiera perché ci deve succedere che la nostra vita cambi, che cambino le radici del nostro essere, perché veniamo trasformati.
L’esperienza della trasfigurazione è la stessa della Quaresima, è il doversi mettere in disparte per guardare verso Gesù e vedere che Lui cambia di forma, che Gesù appare come nessun lavandaio sulla terra potrebbe rendere bianco nessun vestito e questo è segno che c’è qualcosa che va oltre le nostre opere, oltre le nostre tecniche di sopravvivenza. Una persona cambia le radici del proprio essere quando in lei cambia il volto di Dio: finché Dio è un estraneo, finché Dio è una banalità o qualcosa che non tocca la propria vita o che non la coinvolge allora si cerca di arrangiarsi, di tirare a campare. Quando appare questo parlare sicuro e imbarazzato di Pietro che dice:”Signore è bello per noi stare qui” Gesù, in quel momento, appare bello al centro di Mosè e di Elia che sono l’immagine di tutte le scritture: Gesù è il centro di tutte le scritture ed è bello. Dio ci appare bello quando incominciamo a capirlo.
La prima lettura ci parla del sacrificio di Isacco da parte di Abramo che sale sul monte sapendo di un Dio che è come gli dei cananei che chiedevano il sacrificio dei primogeniti, ma poi scende dal monte sapendo che Dio non ha nulla da chiedere ma ha solo da dare: Abramo scende dal monte Moria con un’ immagine di Dio trasformata e una benedizione nel cuore. Dio non chiede il primogenito ma lo darà.
In questa festa della Trasfigurazione siamo chiamati a fare un’esperienza che cambia la vita, che cambia l’idea che si ha di Dio: se Dio è un estraneo, un duro o un inesistente allora la luce con cui guardare le cose è una luce ansiosa, preoccupata e devo bastare a me stesso. In questo brano appare ciò che nessun lavandaio sulla terra può darci, appare lo splendore che nessun opera umana può raggiungere: appare il volto di Dio e allora sono uscito dalla condizione di Adamo che non poteva guardare in faccia Dio perché se ne vergognava, perché aveva dubitato e se ne nascondeva. Finalmente, in Cristo, Dio diventa guardabile, diventa bello, finalmente recuperiamo la verità di Dio. Dio è affidabile, è bello ed è bello stare con Lui: questo dobbiamo ricordare quando dovremo affrontare lo scandalo della croce.
don Fabio Rosini

giovedì 5 marzo 2009

Per una Chiesa più Santa

Cari amici,
sono una sostenitrice di papa Benedetto XVI e con questo articolo, voglio spendere qualche parola a difesa di questo Pontefice tanto attaccato, incompreso e solo.
Oggi il Papa è accusato di essere lontano dalla gente, di non essere popolare e di essere distante dalle realtà delle varie parrocchie: ma chi si preoccupa di aiutare il papa? Di informarlo di quella che è la situazione pastorale della Chiesa in Italia e nel mondo? Quello che manca a questo pontefice (ma anche ai suoi predecessori) è la collaborazione di persone di buona volontà che lo aiutino nella sua missione con vero spirito cristiano e ciò è quello che manca anche in tutta la Chiesa: la presenza di testimoni autentici del Vangelo. La mentalità di questo secolo, purtroppo ha contagiato, con il suo relativismo, anche molti ambienti ecclesiastici e tanti cattolici (ogni giorno se ne vedono le conseguenze).
Il Santo Padre si trova solo a riaffermare quei principi fondamentali cristiani che si sono persi e allora è attaccato, accusato di essere lontano dalla gente, di essere addirittura contro il Concilio e di tante altre falsità.
Voglio rivolgere un appello ai tanti cattolici: riscopriamo il vero volto Di Cristo e, sull'esempio di San Francesco, aiutiamo il Papa e la Chiesa a svolgere al meglio la loro missione evangelizzatrice e caritatevole, sostenendo entrambi con le nostre preghiere ma, se occorre, anche sporcandoci le mani per rimuovere tutto ciò che ferisce e indebolisce questo Corpo Santo di Cristo.
Coraggio amici, Il Dio della Speranza è con noi.
Un saluto, Marina

mercoledì 4 marzo 2009

Gli Angeli

«Gli angeli veglino su di me»CITTÀ DEL VATICANO.
Gli angeli, ha detto il Papa, esistono e sono i migliori alleati dell'uomo nella battaglia contro Satana. Sbagliato sottovalutarli, ha spiegato ieri durante l'Angelus domenicale Benedetto XVI, che proprio a loro si è rivolto chiedendo agli «inviati» di Dio di vegliare su di lui e sulla Curia romana durante gli esercizi spirituali quaresimali di questa settimana. Nell'appuntamento delle 12 con i fedeli in piazza San Pietro, il pontefice ha descritto gli angeli come figure «luminose e misteriose» che aiutano anche Gesù a resistere alle tentazioni del demonio nel deserto. «Essi - ha detto - sono il contrappunto di Satana».«Angelo - ha poi ricordato il Pontefice ai pellegrini - vuol dire inviato e in tutto l'Antico Testamento troviamo queste figure, che nel nome di Dio aiutano e guidano gli uomini». Il Papa ha citato il Libro di Tobia, in cui compare la figura dell'angelo Raffaele, che assiste il protagonista in tante vicissitudini. O anche la presenza rassicurante dell'angelo del Signore che accompagna il popolo d'Israele in tutte le sue vicende buone e cattive. Nel Nuovo Testamento poi, ha proseguito il Papa nelle sue riflessioni dedicate alle figure celesti, l'angelo Gabriele è inviato ad annunciare a Zaccaria e a Maria gli eventi «che sono all'inizio della nostra salvezza» e «un angelo, del quale non si dice il nome, avverte Giuseppe, orientandolo in quel momento di incertezza». Un coro di angeli reca ai pastori la buona notizia della nascita del Salvatore - ha elencato ancora il Papa -, come pure «saranno degli angeli ad annunciare alle donne la notizia gioiosa della sua risurrezione». «Alla fine dei tempi - ha poi aggiunto - gli angeli accompagneranno Gesù nella sua venuta nella gloria».«Cari fratelli e sorelle - ha concluso il Papa - toglieremmo una parte notevole del Vangelo, se lasciassimo da parte questi esseri inviati da Dio, i quali annunciano la sua presenza tra noi e ne sono un segno. Invochiamoli spesso - ha esortato - perché ci sostengano nell'impegno di seguire Gesù fino a identificarsi con Lui».E sotto l'invocata protezione degli angeli, il Papa ha cominciato ieri pomeriggio i tradizionali esercizi spirituali con la Curia romana. Una serie di riflessioni che saranno proposte dal cardinale nigeriano Francis Arinze sul tema «Il sacerdote incontra Gesù e lo segue». Nella settimana saranno sospese tutte le udienze private e speciali, compresa l'udienza generale di mercoledì 4 marzo.© Copyright Eco di Bergamo, 2 marzo 2009
Pubblicato da Raffaella a 11.30

Le tentazioni di Gesù

Il racconto delle tentazioni è posto all'inizio della vita pubblica di Gesù ma questo ci vuol dire che la tentazione è stata continua: la vita di Gesù è stata costantemente messa alla prova.
Nei vangeli di Matteo e Luca (Marco ne parla solo al cap.1,12-13) le tentazioni sono state riassunte in tre ma, in realtà, la tentazione è una sola, la stessa di Adamo ed Eva nel giardino (Gen. 3): il peccato originale, principale da cui ha origine ogni altro peccato, il peccato fondamentale.
Il comandamento fondamentale è AMERAI IL SIGNORE DIO TUO CON TUTTO IL CUORE, CON TUTTA L'ANIMA, CON TUTTA LA MENTE;
Il peccato principale è MA SARA' VERO CHE DIO TI AMA?
Partiamo dal libro della Genesi al Cap. 2,7-9:"Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente..."
Qui la Sacra Scrittura ci presenta l'uomo fatto dalla polvere che riceve il soffio di Dio: l'uomo è una realtà fragile ma che ha un rapporto con Qualcuno che è oltre; la polvere è animata dal momento che c'è il soffio di Dio e quel soffio è PRESENZA STESSA DI DIO.
L'uomo ha valore, ha senso, nella misura in cui è in RELAZIONE CON DIO e se è in relazione con Dio è anche in ASCOLTO DELLA SUA PAROLA e CERCA DI VIVERLA.
In questo rapporto con Dio, l'uomo ha una sua fragilità e in questa fragilità si innesca una realtà che sembra essere al di fuori dell'uomo e che in qualche modo lo suggestiona: il serpente o diabolus (asatan come verrà chiamato più tardi nella Bibbia) si inserisce nel pensiero dell'uomo e gli crea questa suggestione che dice: la tua realtà non può dipendere da Dio perchè se dipende da Dio tu allora sei uno schiavo ma se riesci a liberarti da questo Dio, tu stesso diventi Dio. (l'uomo si gestisce la vita da solo, diventa idolatra). Ma dopo l'autonomia che cerca, l'uomo si accorge di essere nudo, si accorge di essere solo polvere, una nullità. (Gen.3,10)
Gesù è un UOMO che anche Lui ha ricevuto il soffio di Dio, lo Spirito di Dio e anche a Lui viene questa suggestione, anche a Lui viene offerto un dialogo come nel capitolo terzo della genesi, come sul monte Sinai, come Elia, come Israele...
Prima tentazione: Gesù si trova nella fame
Dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno il diavolo dice a Gesù:"Se sei il Figlio di Dio, dì a questi sassi che diventino pane". Ma egli rispose:" Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". (Mt. 4,3-4)
La tentazione è: perchè devi soffrire, fai il miracolo e fa che queste pietre diventino pane.
la risposta che dà Gesù significa che l'uomo deve rimanere fedele all'amore di Dio.
Il riferimento è alla stessa tentazione che ha colto Israele nel viaggio lungo il deserto (esodo 16, la manna) quando mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Per la Bibbia MORMORARE si intende il parlare contro, che significa mancanza di fede (in Dio) di fronte ad una situazione. Nel viaggio della vita alcune volte, la fede, sembra un impedimento a realizzarsi e allora forse è meglio rimanere nella schiavitù e la tentazione è: ma perchè ti devi mettere in viaggio? Perchè devi credere? Mangia e bevi e come va, va.
I quaranta giorni di Gesù nel deserto rappresentano il viaggio del popolo di Israele dall'Egitto verso la terra promessa che passa per il deserto. Questo viaggio , rappresenta anche tutta la vita di ogni uomo che si trova a dover superare dei test, delle tentazioni: il deserto, luogo inospitale e faticoso da vivere, è una prova per sapere quello che si ha nel cuore, per sapere se si ama Dio. Gesù non è da solo nel deserto ma c'è lo Spirito di Dio che lo conduce (ricevuto nel battesimo) e anche noi non siamo soli.
Vivere la vita per ESSERE è più importante che vivere la vita per mangiare.
Seconda tentazione: il diavolo invita Gesù a gettarsi da pinnacolo del tempio.(Mt.4,5-7)
Il diavolo cita le scritture :"Ai suoi Angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani..."
Gesù risponde che non si deve mettere alla prova Dio con azioni strane.
Terza tentazione: il diavolo porta Gesù su un momte altissimo e gli mostra tutti i regni del mondo dicendo:" Tutto questo sarà Tuo se, prostrandoti, mi adorerai"(Mt.5,8-10).
Qui, forse, c'è un richiamo a Dt. 34 quando Dio fa salire Mosè sul monte Mebo per vedere la Terra Promessa.
La risposta di Gesù è: "Il Signore, Dio tuo, adorerai e a Lui solo renderai culto".
Il riferimento è a Esodo 23,24-32.
Israele si è trovato di fronte a moltissime prove (idolatrie) e molte volte è caduto. Gesù, nuovo Mosè, nuovo Israele supera queste prove mediante l'abbandono alla volontà di Dio e l'obbedienza alla Sua Parola.
"Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano". (Mt 5,11)
Qui il riferimento è alla vita di Adamo dove si dice che gli angeli lo contestano, ma lo contemplano perchè è opera di Dio. Il riferimento è anche Esodo 33,2 dove si dice che il viaggio di Israele è accompagnato da un angelo, dagli angeli: l'angelo indica la Presenza di Dio.
Gesù, avendo superato tutte le tentazioni è l'Uomo secondo il progetto di Dio e gli angeli lo servono: Egli è l'UOMO NUOVO, è la CREATURA PERFETTA.
Alla fine del racconto delle tentazioni solo l'evangelista Luca dice che esaurite tutte le tentazioni il diavolo lo lasciò per tornare a tempo stabilito: LA CROCE, la tentazione più forte di tutte.
Marina